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stringeva tra le zampe un frusta marzo 16, 2010

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l’uomo di partito:

“…è assolutamente necessario che egli abbia una fede cieca, che sia un fanatico ignorante i cui sentimenti fondamentali hanno da essere la paura, l’odio, l’adulazione e lo stato orgiastico del trionfo…” (1984 Orwell, Oscar Mondadori, pagina 219).

la libertà di stampa:

“…i governi del passato non avevano il potere e i mezzi di tenere i cittadini sotto una sorveglianza costante e continua. L’invenzione della stampa, tuttavia, rese più semplice il compito di manipolare l’opinione pubblica e il cinematografo e la radio perfezionarono non poco tale tecnica e ne accrebbero le possibilità. Con l’invenzione e lo sviluppo della televisione e il progresso tecnico che rese possibile di ricevere e trasmettere sullo stesso apparecchio, il concetto di vita privata si poteva considerare del tutto scomparso…La possibilità di ottenere non solo una totale obbedienza alla volontà dello Stato, ma anche una completa uniformità di vedute su tutti gli argomenti, esistette da allora, per la prima volta…” (1984 Orwell, Oscar Mondadori, pagina 231).

Napoleon:

“…poco dopo, dalla porta della casa colonica uscì una lunga schiera di maiali: tutti camminavano sulle gambe posteriori…Infine tra un tremendo latrar di cani e l’alto cantar del gallo nerò, uscì lo stesso Napoleon, maestosamente ritto, gettando alteri sguardi in giro, coi cani che gli saltavano addosso. Stringeva tra le zampe un frusta”. (La Fattoria degli animali, G. Orwell)

Galileo, la natura, la verità dicembre 7, 2009

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Ricordo che d’estate mio padre e i suoi amici risalivano lungo il torrente ormai in secca armati di bastoni. Qualcuno aveva gli stivali, ma tanti erano a piedi nudi. Muovevano i sassi e sollevavano quelli più grossi, cercando di intrappolare le trote nelle poche pozze rimaste. Era una pesca con le mani, e bisognava essere bravi. Ma quegli uomini erano bravi e con la natura, erano gli anni cinquanta, avevano un rapporto ben diverso da quello che abbiamo noi.

Mio padre leggeva molto, anche libri di fantascienza, ma mai credo avrebbe potuto immaginarsi che sui giornali sarebbero apparsi articoli nei quali si diceva che la terra era in pericolo.

“Anno 2009 – scrive Marco Mongello sull’Unità di oggi – Il pianeta terra è a rischio autodistruzione a causa dell’inquinamento atmosferico e del conseguente aumento della temperatura. Nei capannoni di un centro congressi alla periferia di Copenhagen, i rappresentanti politici di tutto il pianeta si incontrano per cercare di concordare una riduzione delle emissioni di gas serra, mentre le telecamere rimbalzano le immagini del summit ai quattro angoli del globo, tra i grattaceli scintillanti delle metropoli ricche e inquinanti e tra le baraccopoli delle regioni già sconvolte da uragani, alluvioni e siccità di un clima impazzito”. E Mongello continua: “Potrebbe sembrare l’inizio di un racconto di fantascienza, ma è la realtà”.

Una realtà fuori di senno. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food International Italia: “Produciamo cibo in eccesso per 12 miliardi di persone, il doppio della popolazione mondiale, e 1 miliardo di persone soffre la fame”.

A poche settimane dalla fine del 2009, a Chieti uno spettacolo teatrale messo in scena dall’associazione culturale La Pecora nera di Lanciano ci ha ricordato che questo è l’anno di Galileo, l’autore del Dialogo sopra i massimi sistemi e col quale si rivolge al discreto lettore e alle persone che hanno la mente aperta e in grado di ascoltare con rispetto anche chi ha idee diverse. Battaglia non facile allora come oggi dove la censura e la violenza sembrano voler nascondere la verità. Galileo ha cercato di dire che la scienza deve risultare libera da ogni cappio ideologico e politico e deve essere strumento di progresso degli uomini e non fonte della loro distruzione. La Chiesa l’ha costretto all’abiura. Anche Brecht in un’opera che va sotto il titolo di Cinque difficoltà nello scrivere la verità”, scritta nel 1935, raccontò delle difficoltà che si incontrano nel combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità.

L’altro giorno, sabato 3 dicembre a Roma c’era un fiume inarrestabile di cittadini che dicevano no a questo regime. La questura li ha ridotti a 90 mila, i giornali e le tv (non tutti) li hanno fatti vedere col cannocchiale, non per illuminare un particolare e capire l’universale, ma per nascondere la moltitudine, anzi la verità. Come sempre accade.

Tu non sai: ci sono betulle anche di notte
levano le loro radici, e tu non crederesti mai
che di notte gli alberi camminano o diventano
sogni. Pensa che in un albero c’è un violino d’amore.
Pensa che un albero canta e ride.
Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi
diventa vita. Te l’ho già detto: i poeti non si redimono,
vanno lasciati volare tra gli alberi
come usignoli pronti a morire. (Alda Merini)

da Baaria a Messina ottobre 5, 2009

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L’altra sera ho visto Baaria. Tornatore è bravissimo, ma ha voluto raccontare il periodo che va dal fascismo ai giorni nostri in una pellicola di poche ore. Il risultato, per scelta o per altro, è che si sono visti piccoli e grandi affreschi della Sicilia, aneddoti e modi di vita, belle pennellate di colore, ma con un punto di vista che non mi convince: come se a raccontarli fosse un bambino. O meglio, come se fosse il racconto che un adulto fa a un bambino. Per non spaventarlo. Forse questi erano i suoi ricordi. Ma io ho ben altri racconti di come andarono le cose nel nostro paese, Sicilia compresa. So che i morti di mafia sono migliaia e non certo quei cinque elencati dal protagonista del film, so che nessuno avrebbe potuto sbeffeggiare in piazza il padrone-mafioso come ha fatto Peppino-Scianna. So che la dittatura fascista era feroce e non certo quella edulcorata apparsa nella pellicola e dove gli antifascisti pagavano soprattutto con la vita la loro opposizione al regime. So che c’era il delitto d’onore e la donna non aveva alcun diritto se non vestirsi a lutto per tutta la vita. So che c’era fame, in Sicilia e in tutta Italia. Fame nera, emigrazione, mendicanti, Accattu Dollari! e mazzette. Quanti anni sono passati da allora? E quante mazzette sono rimaste a rovinare questo nostro paese? Un paese che è arrivato a tassare i poveri come faceva la mafia di Baaria. Con una differenza: allora la gente lo sapeva che cosa era la mafia mentre oggi, ubriacati dalla tv del miglior presidente che abbiamo, ci giochiamo il nostro euro su win for life.

Ogni giorno “faccio a guerra” con mio figlio. “Studia, leggi da qui a qui, aiutaci in cucina, pulisci la tua camera…etc, allora avrai quello che mi chiedi”. Lui si ribella, dice che sono ricatti; io insisto, alla fine l’accordo si trova, alla fine mi illudo che capisca che nella vita, quella vera, qualunque cosa è frutto di lavoro, sacrifici, rispetto, regole. Quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre. Ho due ricordi: il primo sul divano di casa mentre mio padre (fine anni 50) mi costringeva ad ascoltare le lezioni di francese sui dischi che aveva acquistato firmando le solite cambiali capestro; il secondo di mia madre che mi mandava a lavorare d’estate per aiutare in famiglia….

Nel luglio del 1985 quando lavoravo per il giornale “Il mattino di Padova” venni mandato a Tesero per scrivere della catastrofe della Val di Stava dove i bacini di decantazione della miniera di Prestavel ruppero gli argini scaricando 160 mila metri cubi di fango sul paese. Fu una delle più grandi tragedie del Trentino: i morti furono 286. All’indomani della tragedia di Messina sono andato a rivedermi i miei articoli di allora. E sono arrivato a vedermi anche la sentenza, emessa sette anni dopo. Allora i giudici scrissero che “al di là delle azioni ed omissioni penalmente rilevanti, al disastro di Stava concorsero una serie di comportamenti che vanno oltre la sfera giuridica e si caratterizzarono principalmente nell’aver anteposto alla sicurezza dei terzi la redditivita economica degli impianti sia da parte delle società concessionarie che degli Enti pubblici istituzionalmente preposti alla tutela del territorio e della sicurezza delle popolazioni”.
All’epoca non c’era ancora la protezione civile e Zamberletti illustrando alla Camera la tragedia, augurandosi che la legge sulla Protezione civile venisse approvata entro l’autunno disse “la ricerca delle responsabilità sarebbe più produttiva se potesse avvenire prima ancora degli eventi. Ciò può avvenire solo creando una struttura capace di garantire che tutte le amministrazioni incaricate svolgano i dovuti controlli sulla sicurezza e prevenzione”.

Dal 75 ad oggi sono passati 34 anni, la struttura della Protezione civile è stata creata, il resto no. Prima di Messina ci sono (ne elenco solo alcune) le tragedie in Val Pola (1987) quando a Sant’ Antonio Morignone una frana fece 28 morti; poi le alluvioni in Piemonte nel ’94, poi in Versilia due anni dopo, e quindi a Sarno e Quindici nel 1998 con 160 morti, e ancora nell’Italia nord-occidentale nel 2000 e nella Val Canale-Friuli Venezia Giulia nel 2003. Paesi distrutti, sofferenze e centinaia di vittime, funerali di Stato. E i dovuti controlli sulla sicurezza auspicati da Zamberletti 35 anni fa sono ancora parole. E ancora una volta alla sicurezza dei terzi è stata anteposta la redditività economica.
(da leggere Elena di Dio su Il manifesto del 3 ottobre intervista al capo del Genio Civile di Messina che dice: “Siamo stati ignorati dalla Protezione civile”).

NB: sabato 3 ottobre ero in piazza perché “la libertà di stampa non è un privilegio per i giornalisti, ma un diritto dei cittadini”

salotti incredibili settembre 15, 2009

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vespe, vesponi e calabroni,
nel salotto troneggia berlusconi
di aquila e di tanto altro si è straparlato
ma ai campi “confortevoli” mi sono fermato
e quando ai profughi anche le “bibite hanno servito”
mi sono alzato e la corrente della Tv ho per sempre disinserito

e buona notte

dal blog di Antonio Di Pietro: “Signor Vespa, ritengo che sia lei a doversi scusare per l’utilizzo che fa del servizio pubblico come veicolo di promozione degli interessi privati di Silvio Berlusconi”

basta apparire settembre 7, 2009

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Al cinema ho visto “Videocracy”, il film documentario di Erik Gandini, cineasta italiano ma da 18 anni residente in Svezia. Sono contento di averlo visto, ma alla fine, uscendo dalla sala, confesso che questo film avrei voluto non vederlo. Quel flusso di ragazze che ballano per diventare veline; quelle musiche e quegli applausi; quel Lele Mora che sorride mentre dice di essere mussoliniano e ci fa ascoltare “Faccetta nera” e ci fa vedere svastiche e croci celtiche; quel Fabrizio Corona che si profuma capelli, petto e pisello e intanto conta i soldi fatti con qualcosa che assomiglia ai ricatti…questo e altro mi hanno letteralmente fatto venire il voltastomaco. Perché hanno messo bene in evidenza il male recato al nostro paese in questi 30 anni di tv commerciale, o meglio dalle tv del presidente delle tv diventato presidente del Consiglio. Dove oggi l’apparire è più importante di qualunque cosa col risultato che un povero ragazzo che lavora al tornio o una qualunque ragazza di questo paese rivelano il loro unico desiderio: andare in tv per diventare qualcuno. Perché senza tv non vedono nient’altro; non vedono studio, scuola, gioco, lavoro, amicizia, solidarietà…Per tutto questo nella loro vita non c’è più posto.

E Berlusconi ride. Ride alla sfilata del 2 novembre, ride ai comizi del suo partito, ride mentre riceve la cittadinanza onoraria di Olbia, ride al Parlamento europeo, ride sfoggiando i suoi denti rifatti. E ridono le sue fans mentre cantano “meno male che Silvio c’è”. Il film di Erik Gandini chiude così: l’80 per cento della popolazione italiana ha la televisione come prima fonte di informazione; l’Italia è al 76 posto nella libertà d’informazione nel mondo; l’Italia è al 45° posto nelle pari opportunità uomo-donna.

Post scriptum 1): mi è capitato tra le mani un articolo dell’Unità dello scorso luglio: racconta la storia “straordinaria” di una bella ragazza di 23 anni (il nome preferisco non scriverlo) che per caso ha incontrato Berlusconi in un negozio di corso Vittorio a Roma… Quella ragazza – tanta voglia di diventare giornalista – è oggi assunta all’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio dei ministri e ora accompagna il capo delle tv diventato presidente del Consiglio al G8, al G20, alla Casa Bianca..e altro non so.
Post scriptum 2): “nulla influenza le masse più della tv” parole di Berlusconi a Nessma tv.

la tv al tempo della guerra gennaio 6, 2009

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“…I soldati israeliani non distinguono più tra civili e combattenti …non solo colpiscono indiscriminatamente, ma stanno usando nuove e insidiose armi…in ospedale [arrivano] corpi con strane ferite mai viste prima qui a Gaza. Non so cosa stiano usando, nuove diavolerie di guerra e di morte…sono stati gli israeliani a violare la tregua ripetutamente, non Hamas. Moltiplicare i motivi di risentimento dei palestinesi, come sta facendo Israele uccidendo donne, uomini e bambini, non farà altro che allontanare ancora di più la pace” (Manawel Musallam, unico sacerdote cattolico a Gaza, parrocchia Sacra Famiglia, intervistato al telefono da Umberto De Giovannangeli, giornalista de L’unità).

La mia prima tv, cassone in legno, immagini bianco e nero, era quella che si vedeva tutti assieme al bar, il sabato sera, quando avevo 13 anni. Tanta gente, mezzo paese seduto su sedie da cucina davanti a una televisione che troneggiava su un lato della sala sopra a una credenza. Se non ricordo male era la tv di “campanile sera”. (altro…)