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da Baaria a Messina ottobre 5, 2009

Posted by pagineonlife in società.
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L’altra sera ho visto Baaria. Tornatore è bravissimo, ma ha voluto raccontare il periodo che va dal fascismo ai giorni nostri in una pellicola di poche ore. Il risultato, per scelta o per altro, è che si sono visti piccoli e grandi affreschi della Sicilia, aneddoti e modi di vita, belle pennellate di colore, ma con un punto di vista che non mi convince: come se a raccontarli fosse un bambino. O meglio, come se fosse il racconto che un adulto fa a un bambino. Per non spaventarlo. Forse questi erano i suoi ricordi. Ma io ho ben altri racconti di come andarono le cose nel nostro paese, Sicilia compresa. So che i morti di mafia sono migliaia e non certo quei cinque elencati dal protagonista del film, so che nessuno avrebbe potuto sbeffeggiare in piazza il padrone-mafioso come ha fatto Peppino-Scianna. So che la dittatura fascista era feroce e non certo quella edulcorata apparsa nella pellicola e dove gli antifascisti pagavano soprattutto con la vita la loro opposizione al regime. So che c’era il delitto d’onore e la donna non aveva alcun diritto se non vestirsi a lutto per tutta la vita. So che c’era fame, in Sicilia e in tutta Italia. Fame nera, emigrazione, mendicanti, Accattu Dollari! e mazzette. Quanti anni sono passati da allora? E quante mazzette sono rimaste a rovinare questo nostro paese? Un paese che è arrivato a tassare i poveri come faceva la mafia di Baaria. Con una differenza: allora la gente lo sapeva che cosa era la mafia mentre oggi, ubriacati dalla tv del miglior presidente che abbiamo, ci giochiamo il nostro euro su win for life.

Ogni giorno “faccio a guerra” con mio figlio. “Studia, leggi da qui a qui, aiutaci in cucina, pulisci la tua camera…etc, allora avrai quello che mi chiedi”. Lui si ribella, dice che sono ricatti; io insisto, alla fine l’accordo si trova, alla fine mi illudo che capisca che nella vita, quella vera, qualunque cosa è frutto di lavoro, sacrifici, rispetto, regole. Quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre. Ho due ricordi: il primo sul divano di casa mentre mio padre (fine anni 50) mi costringeva ad ascoltare le lezioni di francese sui dischi che aveva acquistato firmando le solite cambiali capestro; il secondo di mia madre che mi mandava a lavorare d’estate per aiutare in famiglia….

Nel luglio del 1985 quando lavoravo per il giornale “Il mattino di Padova” venni mandato a Tesero per scrivere della catastrofe della Val di Stava dove i bacini di decantazione della miniera di Prestavel ruppero gli argini scaricando 160 mila metri cubi di fango sul paese. Fu una delle più grandi tragedie del Trentino: i morti furono 286. All’indomani della tragedia di Messina sono andato a rivedermi i miei articoli di allora. E sono arrivato a vedermi anche la sentenza, emessa sette anni dopo. Allora i giudici scrissero che “al di là delle azioni ed omissioni penalmente rilevanti, al disastro di Stava concorsero una serie di comportamenti che vanno oltre la sfera giuridica e si caratterizzarono principalmente nell’aver anteposto alla sicurezza dei terzi la redditivita economica degli impianti sia da parte delle società concessionarie che degli Enti pubblici istituzionalmente preposti alla tutela del territorio e della sicurezza delle popolazioni”.
All’epoca non c’era ancora la protezione civile e Zamberletti illustrando alla Camera la tragedia, augurandosi che la legge sulla Protezione civile venisse approvata entro l’autunno disse “la ricerca delle responsabilità sarebbe più produttiva se potesse avvenire prima ancora degli eventi. Ciò può avvenire solo creando una struttura capace di garantire che tutte le amministrazioni incaricate svolgano i dovuti controlli sulla sicurezza e prevenzione”.

Dal 75 ad oggi sono passati 34 anni, la struttura della Protezione civile è stata creata, il resto no. Prima di Messina ci sono (ne elenco solo alcune) le tragedie in Val Pola (1987) quando a Sant’ Antonio Morignone una frana fece 28 morti; poi le alluvioni in Piemonte nel ’94, poi in Versilia due anni dopo, e quindi a Sarno e Quindici nel 1998 con 160 morti, e ancora nell’Italia nord-occidentale nel 2000 e nella Val Canale-Friuli Venezia Giulia nel 2003. Paesi distrutti, sofferenze e centinaia di vittime, funerali di Stato. E i dovuti controlli sulla sicurezza auspicati da Zamberletti 35 anni fa sono ancora parole. E ancora una volta alla sicurezza dei terzi è stata anteposta la redditività economica.
(da leggere Elena di Dio su Il manifesto del 3 ottobre intervista al capo del Genio Civile di Messina che dice: “Siamo stati ignorati dalla Protezione civile”).

NB: sabato 3 ottobre ero in piazza perché “la libertà di stampa non è un privilegio per i giornalisti, ma un diritto dei cittadini”

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non crediate che sia finita giugno 22, 2009

Posted by pagineonlife in società.
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Innanzitutto un doveroso e pubblico ringraziamento a Pasquale De Matteis (Glocal Editrice) che su mia richiesta mi ha inviato a casa il libro di Beppe Lopez “Giornali e democrazia”. Un bel libro questo di Beppe Lopez che ho letto tutto d’un fiato (come tutto d’un fiato a suo tempo ho letto “La Casta dei giornali”) e che analizza con cura lo stato dell’informazione italiana a partire da una vicenda personale che è appunto la nascita del Quotidiano di Lecce, il 6 giugno del 79, poco più di 30 anni fa.

E ovviamente un doveroso e pubblico ringraziamento anche all’autore del libro, a Beppe Lopez, direttore del Quotidiano che ha diretto – e difeso – per tre anni con anima e corpo. Innanzitutto perché mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Le sue pagine mi hanno fatto ripensare a un pezzo della mia vita, quando anche io da giovane, pieno di entusiasmo, mi sono affacciato nel mondo dei giornali. Giornali fatti per essere venduti, come dice Lopez. Soprattutto giornali liberi da affaristi, palazzinari e finanzieri, dai grandi gruppi editoriali che a breve – come aveva anticipato Orwell – ci diranno anche che cosa pensare. Dice Lopez che allora, quando mise in piedi la squadra di Quotidiano, lavorava anche 18 ore per giorno e che c’era entusiasmo e passione. Capitò anche a me quando collaborai ad altre belle imprese che dall’altra parte dell’Italia si chiamavano Nord Est e successivamente il Mattino di Padova. Ricordo che aspettavamo le due-tre di notte per andare a vedere in tipografia le prime copie fresche di stampa. Ricordo ad esempio Roberto Foco che a mezzanotte e passa, dopo aver “chiuso”, allegro mi diceva: “Ricominciamo?”. Ricordo grandi giornalisti che mi hanno insegnato il mestiere: Valentino Giacomini prima, Giovanni Valentini, Lamberto Sechi, Paolo Pagliaro, Fabio Barbieri e tanti altri dopo. Penso a Francesco La Licata e ad Angelo Arisco a Palermo al giornale Il Diario. Tra i miei ricordi c’è una vecchia foto che non ho più e non so dove è finita: era l’anno che l’Italia vinse i Mondiali…

Ma le pagine di Beppe Lopez non sono solo un pretesto per andare indietro nei miei ricordi.

Sono pagine di denuncia di come i poteri forti hanno ucciso l’informazione e di come è nato dagli anni 70 in poi questo processo che si chiama omologazione e restaurazione passando sopra “la passione civile e la solidarietà sociale che animava in quegli anni i giovani, gli intellettuali e lo stesso ceto politico”. Al punto che “salvo pochi casi isolati, [oggi] domina un tipo unico di approccio alla realtà, una sola comunicazione e un solo ceto comunicante: autoreferenziale, animato da insaziabili appetiti di autoconservazione e di privilegi, nettamente separato dalla realtà”. Altro che Tv o Internet che hanno ucciso la carta stampata. E i dati della diffusione dei giornali in Italia (meno di dieci copie ogni cento abitanti al Nord, sotto le cinque copie al Sud) sono la chiara conferma che qualcosa non va. Che non va la nostra democrazia. Che quella macchina da scrivere sovrapposta ai tavoli della Camera disegnata in copertina del libro “Giornali e democrazia” è l’indicatore unico e vero del livello di democrazia esistente nel nostro paese. Perché il diritto all’informazione, la libertà di espressione e di critica è una delle libertà fondamentali di ogni essere umano. Come altrettanto è libertà fondamentale quella che hanno i lettori di conoscere i fatti e le opinioni.

Trent’anni fa quando Beppe Lopez firmò il contratto da direttore di Quotidiano fece scrivere dall’editore questa clausola: “Il direttore responsabile ha totale autonomia ed esclusiva responsabilità della linea politica, della fattura e dell’organizzazione del giornale”. Era chiaro da che parte stava il bravo Beppe Lopez, era chiaro quali interessi difendeva , non certo una controparte dei giornalisti, ma primo dei giornalisti. Certo era un altro mondo, c’era stato il 68, i lavoratori avevano conquistato diritti che oggi non ci sono più…come altrettanto oggi non ci sono più direttori con prerogative da direttori.
Fa pensare il libro di Lopez e ci aiuta ad andare indietro nel tempo e nella storia politica del nostro paese. Ecco la nascita di Repubblica, la “cacciata” di Gianluigi Melega, la trasformazione del giornale inventato da Scalfari in qualcosa d’altro e che oggi di fatto ha rilegittimato e sdoganato quei giornali contro i quali era nato. Ecco l’assassinio di Moro, il compromesso storico, il craxismo, Carlo Caracciolo, il sequestro di Giovanni D’Urso, i volantini delle Br, la rivolta di Trani, il partito della fermezza, Francesco Gaetano Caltagirone…Un pezzo d’Italia tra passato e presente. E in mezzo a tutto questo un’idea: dare voce non tanto al Palazzo e alla casta, ma a chi ha scarso potere contrattuale, ai poveri, ai disoccupati, ai lavoratori e a chi si batte per l’eliminazione delle ingiustizie…un giornale con una pagina tutta scritta dai lettori… un giornale che descrive la realtà e fa parlare la realtà

A pagina 189 del libro di Beppe Lopez un brano di una canzone di Pierangelo Bertoli “Potete forse farci rallentare però non vi crediate che sia finita”.