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good night. and good luck febbraio 15, 2010

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Al momento attuale siamo tutti grassi, benestanti, compiaciuti e compiacenti. C’è un’allergia insita in noi alle notizie spiacevoli e disturbanti, e i nostri mass media riflettono questa tendenza. Ma se non decidiamo di scrollarci di dosso l’abbondanza, non riconosciamo che la televisione soprattutto viene utilizzata per distrarci, ingannarci, divertirci ed isolarci, chi la finanzia, chi la guarda e chi ci lavora si renderà conto di questa realtà quando oramai sarà troppo tardi per rimediare. (Edward R. Murrow, 25 ottobre 1958)

Ricordo che già alle scuole medie si studiava educazione civica. Ho in mente un libro con una copertina grigia e la foto di Mazzini. Un volumetto di un centinaio di pagine che doveva aiutarci a crescere avendo ben presenti le leggi della civile convivenza e del rispetto delle regole. Un libro per diventare buoni cittadini. Altri tempi. Forse perduti per sempre e sostituiti dai tempi della Tv, e dai politici senza politica. Grazie a You tube ho potuto vedere un servizio delle Iene del 27 gennaio dal titolo i parlamentari e la Costituzione.
Ho visto gente che ha giurato sulla Costituzione e che non sapeva neppure che cosa c’è scritto. Gente che poi ha il coraggio di pretendere dagli stranieri di imparare le nostre leggi come condizione per restare in Italia. Gente che in Tv e sui giornali straparla di ogni cosa.

Intanto nelle nostre città il degrado si mangia ogni idea. E anche la storia va a puttane. Ne è un esempio la retorica e il revisionismo sul giorno del ricordo. Nella città dove vivo per alcuni giorni è stata esposta anche una mostra con tanto di pannelli sulle foibe. Alcuni insegnanti ci hanno portato anche delle scolaresche. Alla fine quei ragazzi guardando quei pannelli hanno “scoperto” che Istria era romana e veneziana, che gli italiani sono stati cacciati dai comunisti di Tito e che quelli che non se ne sono andati sono stati uccisi nelle foibe. Nessun cenno che quelle terre sono state poi conquistate da Napoleone e che poi sono passate agli austro-ungarici, che nel 1900 il 41 per cento degli abitanti era serbo croato, che gli italiani erano il 36 per cento, che c’erano il 13 per cento di sloveni e il 3 per cento di lingua tedesca. E che vivevano pacifici come una sola comunità e che dopo c’è stato l’irredentismo, e che gli italiani fascisti hanno compiuto stragi di civili (vedi Davide Conti, Angelo Del Boca e tanti altri storici).
Da leggere
1) giornate campali (il manifesto)
2) l’intervento di Domenico Gallo (da Micromega)

Nota bene: di B e varianti di B non c’è più nulla da dire

anche Hitler fu eletto da popolo febbraio 11, 2010

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Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso..
(Pericle, 461 a.C.)

Preferisco leggere e studiare, e purtroppo il tempo è poco: vorrei una giornata di 48 ore. La Tv non la guardo quasi più. I talk show ancora meno: non è certo lì che mi informo e capisco come va l’Italia e come va il mondo…ahimè quasi quasi rimpiango Zatterin. Ma, quando sento che durante la campagna elettorale “chiuderanno” le trasmissioni come Anno Zero, l’Infedele (mi è più caro degli altri assieme alle inchieste di Report e Iacona) e Ballarò, allora mi dà fastidio. Allora sento puzza di editti e di regime. E non mi piace perché molti che si informano solo con la Tv non avrebbero più la possibilità di sentire voci fuori dal coro, di ascoltare le parole del bravo Giorgio Bocca che – come lo scorso 4 febbraio – quasi unico nel panorama italiano dice la verità sul caso della famosa foto di Di Pietro con Contrada, e spiega – anche a Felice Cavallaro, autore del cosiddetto scoop – che quella non era una notizia. E ancora non avrebbero la possibilità di ascoltare Bocca che apostrofa Santoro con la frase “Tu hai un bello stomaco per sopportare questa recita e mi stupisce che la filosofia del Corriere sia la diffamazione di Di Pietro”, o rintuzza l’avvocato parlamentare Ghedini ricordando che “Anche Hitler e Mussolini vennero eletti dal popolo”.

Regime: un pochino di tanto insisteva Bocca in Tv quel 4 febbraio. Intanto in questi giorni tra le tante 1) si pensa come imbavagliare Internet; 2) si provano a vietare le video dirette sempre tramite la rete; 3) l’uomo presidente assolve e promuove a priori Bertolaso e continua ad attaccare i giudici; 4) si ordina il voto di fiducia sul maxi emendamento che sancisce la fine del diritto soggettivo al contributo pubblico a testate come il manifesto, l’unità, il secolo d’Italia etc e si salvano quelli alla grande stampa come il Corriere, il Sole 24ore etc.

“Si ricorda che i furti fanno parte della cronaca nera, che deve essere limitatissima e pubblicata, anche nei casi di maggior mole, con nessun rilievo”. (Disposizioni del Duce ai giornali 29 agosto 1942)

Democrazie senza democrazie, dice lo storico Massimo Salvadori.

Post scriptum a proposito di giornali e giornalisti: lo scorso novembre è finito tra le brevi o per lo più è stato ignorato dai giornali l’esito dell’esame anatomico del cervello di Eluana Englaro che riscontrava uno stato vegetativo permanente con lesioni anatomicamente irreversibili. Ma al contrario l’altro ieri sui giornali grande risalto alla lettera di Berlusconi che alle suore dice: “provo dolore per non averle salvato la vita”. Naturalmente la polemica è sulla forma e non sulla sostanza.

l’anno dei sogni dicembre 31, 2009

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L’anno se ne va e muoiono i sogni. I miei e anche quelli di tanti. Ho ancora in mente le parole di Obama contro guerre e torture, per l’integrazione e la pace, scopro invece che un ragazzetto nigeriano ricco e insicuro ha ridato fiato a chi predica vendette e lotta al terrore. In uno scontro tra civiltà e integralismi che non mi appartiene e non condivido. Il brutto di questo fine anno è che Obama ha abboccato dimenticandosi quanto aveva detto al Cairo e mentre in Iran si fa strage di democrazia e in Russia Putin rilancia la politica degli armamenti.

Quando ero bambino la domenica mia madre ci vestiva a festa, camicia bianca, calzettoni colorati fin sotto il ginocchio, pantaloncini corti anche d’inverno, montgomery color testa di moro, come si diceva allora. Andavamo tutti a messa, tutti meno mio padre che restava fuori ed entrava solo per sentire la predica del prete. Per capire, commentare e giudicare. Di altro a lui non importava. Ecco forse bisognerebbe fare come mio padre, ritornare ad usare la ragione e non la fede. Qualunque fede.

A proposito di sogni traditi è di pochi giorni fa il ventennale della caduta del regime di Ceausescu. Da Bucarest Paolo Rumiz racconta di una manifestazione di protesta e di uno striscione con la scritta “Libertà”. Scrive che sono un centinaio, e che marciano scortati da un’auto della Polizia col lampeggiante. Chiede contro chi protestano. E si sente rispondere: «Contro i comunisti che governano». Poi, alla domanda che cosa stanno celebrando, gli rispondono che celebrano «la fregatura dell’unico Paese dell’Est dove troppo è come prima».

Anche io ero stato in Romania qualche anno dopo “la rivoluzione”. Ho rovistato tra i miei ricordi ed è saltato fuori un mio vecchio articolo scritto per il Messaggero ma che non venne mai pubblicato. Era il 18 dicembre 95; ecco qui quello che scrissi allora da Timisoara:

“Centinaia di morti, nessun colpevole” è scritto su uno striscione davanti alla cattedrale ortodossa di piazza dell’Opera. Lo tengono due uomini. E con loro, in processione sotto una grande croce, ci sono un migliaio di persone, vecchie donne con i fazzoletti neri in testa, giovani con il colbacco. In alto sulle case sventolano le bandiere rumene: blu, giallo e rosse, un buco al centro là dove prima c’era lo stemma del vecchio regime di Ceausescu: la spiga, il trattore, le montagne e il sole rosso. Sei anni sono passati. Traditi in questi sei anni tutti gli ideali di questo popolo: stoffette nere sulle aste delle bandiere. “Si prepara un’altra rivoluzione” dice Nicolai Dide uno dei cinque segretari del partito democratico, ex ministro estromesso nel ’92.

Domenica mattina. Accende due candele in piazza settecento la mamma di Radian Belici eroe ucciso da una fucilata sparata dagli uomini della milizia. Altri ceri accendono davanti alle croci e alle lapidi di Timisoara i parenti e gli amici delle vittime. Le cifre sono scritte sulle strisce di stoffa appuntate con gli spilli sui cappotti di uomini e donne: 44 carbonizzati, 113 uccisi dalle pallottole, 393 mutilati, 860 arrestati e torturati. Ma sono cifre ufficiali, ben più alti i numeri della strage cominciata il 17 dicembre ’89, quando la milizia ha aperto il fuoco contro una popolazione che chiedeva libertà ed elezioni democratiche. Chi sono? Quanti sono i cadaveri stivati nei tir come carne macellata e portati negli inceneritori di Bucarest? Rivoluzione tradita, centinaia di morti nessun colpevole. Rivoluzione che non ha cambiato nulla. Opinione di tutti in questa piazza dove le autorità hanno appena deposto le corone di fiori e che presto, quando sarà notte verranno tolte dalla gente, da quelli che dicono: “Iliescu era il numero due di Ceausescu”. Vasil Cercel, trent’anni: “La milizia è diventata polizia, la securitate è diventata servizio di informazione. Da allora sono cambiati i nomi e io posso parlare mentre due poliziotti sono a pochi metri di distanza, ma per il resto il sistema Iliescu è come il sistema Ceausescu. “E i bambini in strada continuano a chiedere l’elemosina” dice Joan Bacho, 48 anni, mungitore, anche lui qui in questa piazza, mentre dalla cattedrale escono i preti in processione, mentre scendono dai gradini che sei anni fa si macchiarono del sangue di donne e bambini. Cristianos Aspasos: “Torneremo in piazza, eravamo migliaia, saremo di nuovo migliaia”.

Scalda il sole oggi nel sesto anno della rivoluzione, mentre la vita prosegue male, mentre i ricordi sono ferite aperte. E il futuro è l’annuncio di una nuova protesta. Ancora Nicolai Dide: “La Romania sta diventando come un paese del Sud America, un due per cento ricchissimi, tutti gli altri poverissimi. Poco, forse nulla è cambiato. Gli ex segretari del Pc sono diventati prefetti, aziende come la Umt, la Cftb e la Faur hanno gli stessi direttori di allora. Questa era un rivolta anticomunista soprattutto, la rivolta è fallita. Chi era al potere prima è al potere anche oggi. A trenta chilometri da qui tre anni fa c’è stato il terremoto, la gente vive ancora sotto le tende, poi c’è stata l’alluvione, tanti mangiano la terra. Di più non c’è”.

Prega la gente nel sesto anno della rivoluzione tradita. Un ragazzo pachistano che qui al tempo di Ceausescu studiava medicina adesso dice: vuoi sigarette? vuoi donne? vuoi droga? vuoi armi? E Maria studentessa che quasi tutti i giorni arrotonda lavando le macchine dei ricchi ti chiede qualche lira per mangiare; il giovane Mario ti chiede di non scrivere il suo nome perché ancora oggi minacciano di uccidere la sua famiglia e i suoi piccoli figli. Intanto cinquanta bambini in piazza del mercato di giorno si fanno con la colla e di notte scendono a dormire sotto terra, nelle fogne, tra i topi. Trentottomila sono le Srl in questa città a sei anni dalla rivoluzione, qualche centinaio i ricchi; poveri, traditi, disillusi tutti gli altri che se mangiano capita una volta al dì. Mentre ha le pompe di benzina in Serbia l’ex capo della sicurezza al tempo di Ceausescu Radu Tino, mentre fa affari e bene se la passa Valenti Giuca che sei anni fa con i suoi Tir faceva sparire per conto del governo di Ceausescu i cadaveri falciati per le strade. “Iliescu come Ceausescu” dice la gente, tutta la gente in piazza dell’Opera nel sesto anno della rivoluzione tradita”. Era il 1995, più che mai attuale.

Appunti:
da leggere: Lontana Timisoara Luca Peretti da Il Manifesto

Vent’anni dopo Rumiz da La Repubblica

Ho appena acquistato “Veleni di Stato” di Gianluca Di Feo. Nel retro della copertina una frase di Albert Einstein : “Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza guerra mondiale, ma so che la Quarta guerra mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni”. Dick Chaney diceva che la guerra al terrore durerà almeno un secolo. Guai per tutti se si avvera…davvero non vorrei trovarmi nel mondo immaginato dalla scrittrice britannica Phyllis Dorothy James nel suo “I figli degli uomini (Children of Men)” e raccontato al cinema da Alfonso Cuarón: …2027, la razza umana sta per estinguersi… Londra è infestata da frange nazionaliste violente che vorrebbero mandar via dall’Inghilterra tutti gli immigrati…

Auguri

Miracolo a Milano…o no? dicembre 15, 2009

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processato, inguaiato, incazzato, indebolito, colpito, ferito, salvato, miracolato, beatificato, rinato, restaurato, potenziato…

e la storia potrebbe ripetersi:

passato:

… nella notte il ministro dell’interno, l’onorevole Federzoni, inviò ai prefetti due telegrammi riservati. Le disposizioni invitavano, in particolare, le autorità ad esercitare la sorveglianza più vigile su circoli, associazioni, esercizi pubblici che potessero costituire pericolo per l’ordine pubblico e, se del caso, ad attuarne la chiusura forzata. Le autorità erano altresì autorizzate ad avvalersi senza scrupoli del fermo temporaneo nei confronti degli oppositori politici. Inoltre i prefetti venivano invitati ad applicare con rigore assoluto il decreto legge atto a “reprimere gli abusi della stampa periodica”, approvato durante il Consiglio dei ministri del 7 luglio 1924, ma fino a questo momento usato quasi esclusivamente nei confronti della stampa di ispirazione comunista. Il decreto conferiva ai prefetti, ossia al governo, il potere di diffidare o addirittura sequestrare, il giornale che diffondesse “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Una successiva circolare interpretativa del ministro Federzoni aveva, fin da subito, sgombrato il campo dagli equivoci: il giornale poteva essere sequestrato anche se la notizia pubblicata si fosse rivelata vera. (da wikipedia).

presente:

Dopo sei mesi di proteste di piazza seguite alla contestata rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad , la Guida suprema iraniana l’ayatollah Ali Khamenei ha affermato: “l’opposizione sarà eliminata agli occhi della nazione”.

Tra le cose che oggi ho letto e che condivido:
1) “Niente leggi contro la libertà di tutti” di Massimo Russo e Vittorio Zambardino

2) “Centrodestra compatto: “È una conseguenza del clima di odio”. Finalmente un po’ di autocritica”. (da Spinoza, Un blog serissimo

3) Valentino Parlato sul Manifesto di oggi: “Sono passati due giorni dall’aggressione a Silvio Berlusconi in piazza del Duomo e si può tentare di ragionare a mente fredda. Certo esprimere il dispiacere, e anche solidarietà, al presidente del Consiglio. Ma in fasi di tensione (e ci siamo per la crisi della democrazia e dell’economia) queste aggressioni sono nel conto….Siamno in una difficile, pericolosa crisi politicae democratica e Berlusconi cerca di trarne il massimo profitto…Tentando sempre di ragionare a mente fredda, è chiaroi che il cavaliere in difficoltà ha guadagnato un punto con il colpo scagliato dal provvidenziale Tartaglia. Adesso promuovere una manifestazione di piazza contro Berlusconi è più dificile, ma non per questo si deve mollare…Non basta dire – ma occorre insistere nel dirlo – che Berlusconi liquida democrazia e costituzione. Occorre produrre un programma, da discutere con i cittadini (anche con quelli che votano Berlusconi per puro disimpegno), che definisca obiettivi concreti per la ripresa della democrazia, dell’occupazione, della scuola. I partiti, che ancora ci sono, i sindacati, le cooperative, le associazioni politiche e culturali, alcune trasmissioni televisive (penso a Report, Anno Zero, Ballarò) dovrebbero attivare la comunicazione tra loro. Costruire un fronte non solo di liberazione nazionale, ma di rinascita della Repubblica, finora soffocata e mortificata non solo da Berlusconi, ma anche, dalla moltiplicazione e prevalenza degli interesse di gruppo o di singoli su quello di noi tutti…”.

da Baaria a Messina ottobre 5, 2009

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L’altra sera ho visto Baaria. Tornatore è bravissimo, ma ha voluto raccontare il periodo che va dal fascismo ai giorni nostri in una pellicola di poche ore. Il risultato, per scelta o per altro, è che si sono visti piccoli e grandi affreschi della Sicilia, aneddoti e modi di vita, belle pennellate di colore, ma con un punto di vista che non mi convince: come se a raccontarli fosse un bambino. O meglio, come se fosse il racconto che un adulto fa a un bambino. Per non spaventarlo. Forse questi erano i suoi ricordi. Ma io ho ben altri racconti di come andarono le cose nel nostro paese, Sicilia compresa. So che i morti di mafia sono migliaia e non certo quei cinque elencati dal protagonista del film, so che nessuno avrebbe potuto sbeffeggiare in piazza il padrone-mafioso come ha fatto Peppino-Scianna. So che la dittatura fascista era feroce e non certo quella edulcorata apparsa nella pellicola e dove gli antifascisti pagavano soprattutto con la vita la loro opposizione al regime. So che c’era il delitto d’onore e la donna non aveva alcun diritto se non vestirsi a lutto per tutta la vita. So che c’era fame, in Sicilia e in tutta Italia. Fame nera, emigrazione, mendicanti, Accattu Dollari! e mazzette. Quanti anni sono passati da allora? E quante mazzette sono rimaste a rovinare questo nostro paese? Un paese che è arrivato a tassare i poveri come faceva la mafia di Baaria. Con una differenza: allora la gente lo sapeva che cosa era la mafia mentre oggi, ubriacati dalla tv del miglior presidente che abbiamo, ci giochiamo il nostro euro su win for life.

Ogni giorno “faccio a guerra” con mio figlio. “Studia, leggi da qui a qui, aiutaci in cucina, pulisci la tua camera…etc, allora avrai quello che mi chiedi”. Lui si ribella, dice che sono ricatti; io insisto, alla fine l’accordo si trova, alla fine mi illudo che capisca che nella vita, quella vera, qualunque cosa è frutto di lavoro, sacrifici, rispetto, regole. Quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre. Ho due ricordi: il primo sul divano di casa mentre mio padre (fine anni 50) mi costringeva ad ascoltare le lezioni di francese sui dischi che aveva acquistato firmando le solite cambiali capestro; il secondo di mia madre che mi mandava a lavorare d’estate per aiutare in famiglia….

Nel luglio del 1985 quando lavoravo per il giornale “Il mattino di Padova” venni mandato a Tesero per scrivere della catastrofe della Val di Stava dove i bacini di decantazione della miniera di Prestavel ruppero gli argini scaricando 160 mila metri cubi di fango sul paese. Fu una delle più grandi tragedie del Trentino: i morti furono 286. All’indomani della tragedia di Messina sono andato a rivedermi i miei articoli di allora. E sono arrivato a vedermi anche la sentenza, emessa sette anni dopo. Allora i giudici scrissero che “al di là delle azioni ed omissioni penalmente rilevanti, al disastro di Stava concorsero una serie di comportamenti che vanno oltre la sfera giuridica e si caratterizzarono principalmente nell’aver anteposto alla sicurezza dei terzi la redditivita economica degli impianti sia da parte delle società concessionarie che degli Enti pubblici istituzionalmente preposti alla tutela del territorio e della sicurezza delle popolazioni”.
All’epoca non c’era ancora la protezione civile e Zamberletti illustrando alla Camera la tragedia, augurandosi che la legge sulla Protezione civile venisse approvata entro l’autunno disse “la ricerca delle responsabilità sarebbe più produttiva se potesse avvenire prima ancora degli eventi. Ciò può avvenire solo creando una struttura capace di garantire che tutte le amministrazioni incaricate svolgano i dovuti controlli sulla sicurezza e prevenzione”.

Dal 75 ad oggi sono passati 34 anni, la struttura della Protezione civile è stata creata, il resto no. Prima di Messina ci sono (ne elenco solo alcune) le tragedie in Val Pola (1987) quando a Sant’ Antonio Morignone una frana fece 28 morti; poi le alluvioni in Piemonte nel ’94, poi in Versilia due anni dopo, e quindi a Sarno e Quindici nel 1998 con 160 morti, e ancora nell’Italia nord-occidentale nel 2000 e nella Val Canale-Friuli Venezia Giulia nel 2003. Paesi distrutti, sofferenze e centinaia di vittime, funerali di Stato. E i dovuti controlli sulla sicurezza auspicati da Zamberletti 35 anni fa sono ancora parole. E ancora una volta alla sicurezza dei terzi è stata anteposta la redditività economica.
(da leggere Elena di Dio su Il manifesto del 3 ottobre intervista al capo del Genio Civile di Messina che dice: “Siamo stati ignorati dalla Protezione civile”).

NB: sabato 3 ottobre ero in piazza perché “la libertà di stampa non è un privilegio per i giornalisti, ma un diritto dei cittadini”

giornali e giornalisti giugno 13, 2009

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Ho gettato un po’ di vecchi giornali. Non ce la facevo più:  erano ovunque, in studio, nella sala, all’ingresso, sopra le panche e sotto la scrivania. Carta e polvere. Erano decisamente troppi. Ma non ho buttato nessun numero del Manifesto. Li ho sfogliati, anche se in fretta, e con grande cura dopo averli ripiegati li ho infilati in bell’ordine su un tavolo uno sopra all’altro:  quelle riflessioni, quegli articoli e qui reportage sono per me una buona lettura e una intelligente interpretazione del mondo e della nostra storia. Magari un domani potranno servire ai miei figli che certo potranno meglio orientarsi tra respingimenti, sentenze Mills, veline, decreti Alfano, manette per i giornalisti, e giornali alcuni buoni altri molto meno perché merce scadente.

Potranno capire che la libertà di stampa non è un privilegio per i giornalisti, ma un diritto dei cittadini e che troppo spesso quel diritto ai cittadini non viene più garantito. E che l’informazione non è solo merce ma che produce idee e pensieri. Ed è democrazia. Ma, come la bomba atomica, non è per niente neutra.

Ho deciso di aderire e sostenere la “Società Pannunzio per la libertà di informazione”. Non conosco personalmente i fondatori, ma condivido gli scopi di questa associazione e le critiche che muovono al sistema dell’informazione nel nostro paese a cominciare da chi fa informazione e da come la fa.  Riporto qui: 1)la lettera inviata al direttore de La Stampa dalla Società Pannunzio e 2) quella inviata al direttore de Il Giornale anche questa sempre mandata dalla Società Pannunzio.

Lettera 1, il caso Andreotti:

“Egregio Direttore, il suo editorialista Carlo Federico Grosso in un articolo su “La Stampa”, 21 maggio 2009, intitolato “L’arbitro non va mai fischiato”, comincia il suo pezzo con “Andreotti è stato, in passato, ingiustamente accusato di attività mafiosa ecc”. Sappiamo tutti che le opinioni sono sacre, ma altrettanto sacri sono i fatti. E Grosso, che è un illustre giurista, sa sicuramente che nel 1984 la Corte di Cassazione emise una famosa sentenza in cui affermava che “la verità dei fatti, cui il giornalista ha il preciso dovere di attenersi, non è rispettata quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano, dolosamente o anche soltanto colposamente, taciuti altri fatti, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato. La verità non è più tale se è “mezza verità” (o comunque, verità incompleta): quest’ultima, anzi, è più pericolosa della esposizione di singoli fatti falsi per la più chiara assunzione di responsabilità (e, correlativamente, per la più facile possibilità di difesa) che comporta, rispettivamente, riferire o sentire riferito a sé un fatto preciso falso, piuttosto che un fatto vero sì, ma incompleto. La verità incompleta (nel senso qui specificato) deve essere, pertanto, in tutto equiparata alla notizia falsa”. Fin qui la Cassazione. Quindi Grosso ha scritto il falso quando ha omesso che la sentenza della Corte d’Appello di Palermo, che mandava assolto l’on. Giulio Andreotti con la motivazione che dopo il 1980 non erano a sufficienza provati (c.2 art. 530) i rapporti tra l’imputato e i capimafia corleonesi Rijna e Provenzano, aggiungeva che al contrario era provato, ma caduto in prescrizione per soli quattro mesi, il reato di «vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo», almeno fino alla primavera del 1980. L’anno dopo, la Corte di Cassazione confermava la sentenza di appello, ribadendo: «Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione». Sarebbe onesto che i vostri lettori conoscessero i fatti non stravolti, soprattutto in un editoriale di apertura della prima pagina. Cordiali saluti”. (28 maggio 09)

Lettera 2, il caso Berlusconi:

“Egregio Direttore, in un suo articolo sul “Giornale”, 21 maggio 2009, intitolato “Un procedimento ridicolo, senza uno straccio di prova”, Filippo Facci ha scritto tra l’altro: “Peccato per due dettagli. Il primo è che la «reticenza» di Mills contribuì alla condanna in primo grado di Silvio Berlusconi nel processo All Iberian, successivamente assolto [corsivo nostro] ma non grazie a Mills”. Sappiamo tutti che le opinioni sono sacre, ma altrettanto sacri sono i fatti. E tutti sanno che è un fatto che Berlusconi nel caso All Iberian non fu assolto. Nelle stesse conclusioni (5.3) della sentenza Mills è riportato come un dato indiscutibile che nel caso All Iberian “i fatti relativi all’illecito finanziamento a Bettino Craxi da parte di Fininvest tramite All Iberian sono definitivamente provati, visto che la sentenza di primo grado, di condanna dei vertici della società e fra essi di Silvio Berlusconi, non è stata riformata nel merito, ma per intervenuta prescrizione”. Per Facci una condanna più una prescrizione equivalgono ad una assoluzione. Forse sarebbe onesto che i vostri lettori conoscessero i fatti non stravolti. Cordiali saluti”. ( 28 maggio 09)

NB. Mario Pannunzio, figlio di un avvocato abruzzese, militante comunista, nel 1932 fondò la rivista Oggi, che dovette chiudere dopo pochi numeri per ragioni politiche. Collaborò con Leo Longanesi alla redazione del primo rotocalco italiano, Omnibus, presto soppresso dalla censura fascista. La stessa sorte ebbero altri due settimanali: Tutto e Oggi, diretti insieme ad Arrigo Benedetti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43, Pannunzio partecipò alla Resistenza e insieme ad altri amici fondò il Partito Liberale; nel dicembre 1943 fu anche arrestato e imprigionato a Regina Coeli per alcuni mesi, sfuggendo per caso alla strage delle Fosse Ardeatine. La politica, sia pure espressa con la parola scritta, rimase per Pannunzio l’impegno preminente. Dopo la Liberazione diresse il Risorgimento Liberale, fino alla sua uscita dal PLI dopo la sconfitta nelle elezioni del 18 aprile 1948, che Pannunzio attribuiva alla sudditanza dei liberali alle organizzazioni padronali e all’abbandono della tradizione risorgimentale. Nel febbraio del 1949 fondò il Mondo, che s’impose come uno dei giornali più innovativi nel panorama italiano. Nel dicembre del 1955 fu tra i fondatori del Partito radicale, dal quale Mario Pannunzio si dimise nel 1963.