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dialoghi sul muro novembre 7, 2009

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Botta e risposta:

Nel ventennale della ricorrenza della caduta del Muro di Berlino, il Pdl propone celebrazioni ufficiali e momenti di approfondimento, al fine di sensibilizzare le giovani generazioni… con l’auspicio che non vi sia più bisogno di erigere muri tra i popoli.

Forse perché fuori moda…del resto al posto del muro hanno il Mediterraneo e la legge sulla sicurezza.

Qui sotto alcuni stralci di un mio post dello scorso 22 maggio
Si intitolava tempo di muri :

“Est e Ovest sono due categorie sempre più relative, dipende dai punti di vista; la cosa importante è una sola: tutti hanno diritto ad andare dove vogliono e costruirsi una vita in qualunque paese. Siano essi tedeschi dell’Est o dell’Ovest”. Frasi datate e ormai superate. Fanno parte dei miei vecchi taccuini di viaggio e sono parole pronunciate da Gunther nell’ottobre dell’89 a Berlino Est. In una vecchia casa a Weissensee, in un appartamento riscaldato a carbone, in un grigio palazzo popolare di cinque piani senza ascensore, mi incontravo con Gunther pastore protestante e i due figli Christoph e Bernhard, quest’ultimo appena arrivato da Berlino Ovest dopo aver attraversato il confine sulla Friedrich strasse dieci anni dopo il suo salto del Muro.

Quell’incontro tra “gente divisa”, è ancora nella mia mente, i taccuini quasi non servono. Quella gente me la vedo ancora davanti, da una parte c’era chi era rimasto per cambiare il proprio paese dall’interno e dall’altra Bernhard fuggito per tentare di cambiarlo dall’esterno. Parole di Gunther mentre mi mostrava un volantino scritto con carta carbone della Neues forum: “La gente scappa perché vuole libertà, perché non può vivere sotto tutela. Certo, molti scappano dalla Ddr perché vogliono più soldi o perché se li hanno non hanno nulla da comperare. In realtà si scappa anche perché si cerca un futuro”. C’era una parola in quell’incontro che veniva ripetuta in continuazione. Quella parola era un verbo, era wagen che significa osare. “Adesso qui all’Est – mi dicevano Gunther e Christopf – la gente ha cominciato a osare, e ha trovato il coraggio non solo di scappare, ma anche di protestare e chiedere. Soprattutto due cose: giustizia e libertà”.

Un mese dopo quel nostro incontro, in meno di mezz’ora, la sera del 9 novembre furono migliaia le persone che scavalcarono il muro e passarono a Ovest; in dieci giorni diventarono migliaia: il Muro alto 3 metri e mezzo, costruito nel 61, a poco a poco venne abbattuto a colpi di piccone. “E’ la più grande migrazione dai tempi della seconda guerra mondiale” scrive nel suo “Patria” (pagina 285) Enrico Deaglio.

…quella lontana sera dell’89, quando salutai Gunther, suo padre e suo fratello, me ne andai a passeggio per un po’ per la Weissensee…nel quartiere vi abitavano gli ebrei, i nazisti li presero, li marchiarono come buoi poi li spedirono nelle camere a gas. Intorno a me vecchi palazzi guglielmini con i segni della guerra: lì raffiche di mitra, più in là un buco di una granata…

Letture:
1) All’Est ho imparato velocemente ad essere preparato a tutto (Vite nuove, Ingo Shulze – Feltrinelli)
2) Quando il muro di Berlino è caduto…
3)

le proteste e i nemici del paese giugno 19, 2009

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“Le proteste sono fomentate dai nemici della nazione”. Sono parole di Ahmadinejad in questi giorni alle prese con la rivolta di un milione di persone in Iran. Ma sono parole che si sentono ovunque c’è un regime: nell’Est asiatico, in alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica, nel Medio Oriente, nel Nord Africa… Da un po’ di tempo si sentono anche in Italia, fanalino di coda d’Europa nella libertà di stampa soprattutto a causa della “situazione anomala a livello mondiale” sul piano della proprietà dei media. Risultato: l’Italia è scesa dalla fascia alta dei “paesi liberi” alla fascia intermedia dei paesi “parzialmente liberi” (Rapporto 2009 di Freedom of the press).

E a propositi di Iran, di pena di morte, di diritti violati e di barbarie, mi va di rileggere una poesia di Erri De Luca:

Pietre. So le pietre da lanciare, in pochi contro molti, ho visto pietre contro armi da fuoco. Poi ho maneggiato pietre sui cantieri, abbattuto pareti, costruito case. Ci sono stati i giorni per lanciare pietre e gli anni per chiuderle nei muri. Ma non conosco pietre da lapidazione, la vigliaccheria di scagliarle all’indifeso. Chi è senza torto, tiri lui la prima, disse lo sconosciuto accovacciato in terra. Chi è senza torto: non chi si è dato autorità di legge. Chi è senza torto ha il diritto di alzare per colpire. Chi è senza torto: perché non lo farà. Chi lancia pietre di lapidazione profana il regno minerale, la materia di vulcani e stelle, il letto dei fiumi, i frantumi dei fulmini. Chi lancia pietre di lapidazione, possa il suo braccio irrigidirsi in pietra, e lui sia maledetto di rimbalzo.

tempo di muri maggio 22, 2009

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“Est e Ovest sono due categorie sempre più relative, dipende dai punti di vista; la cosa importante è una sola: tutti hanno diritto ad andare dove vogliono e costruirsi una vita in qualunque paese. Siano essi tedeschi dell’Est o dell’Ovest”. Frasi datate e ormai superate. Fanno parte dei miei vecchi taccuini di viaggio e sono parole pronunciate da Gunther nell’ottobre dell’89 a Berlino Est. In una vecchia casa a Weissensee, in un appartamento riscaldato a carbone, in un grigio palazzo popolare di cinque piani senza ascensore, mi incontravo con Gunther pastore protestante e i due figli Christoph e Bernhard, quest’ultimo appena arrivato da Berlino Ovest dopo aver attraversato il confine sulla Friedrich strasse dieci anni dopo il suo salto del Muro.

Quell’incontro tra “gente divisa”, è ancora nella mia mente, i taccuini quasi non servono. Quella gente me la vedo ancora davanti, da una parte c’era chi era rimasto per cambiare il proprio paese dall’interno e dall’altra Bernhard fuggito per tentare di cambiarlo dall’esterno. Parole di Gunther mentre mi mostrava un volantino scritto con carta carbone della Neues forum: “La gente scappa perché vuole libertà, perché non può vivere sotto tutela. Certo, molti scappano dalla Ddr perché vogliono più soldi o perché se li hanno non hanno nulla da comperare. In realtà si scappa anche perché si cerca un futuro”. C’era una parola in quell’incontro che veniva ripetuta in continuazione. Quella parola era un verbo, era wagen che significa osare. “Adesso qui all’Est – mi dicevano Gunther e Christopf – la gente ha cominciato a osare, e ha trovato il coraggio non solo di scappare, ma anche di protestare e chiedere. Soprattutto due cose: giustizia e libertà”.

Un mese dopo quel nostro incontro, in meno di mezz’ora, la sera del 9 novembre furono migliaia le persone che scavalcarono il muro e passarono a Ovest; in dieci giorni diventarono migliaia: il Muro alto 3 metri e mezzo, costruito nel 61, a poco a poco venne abbattuto a colpi di piccone. “E’ la più grande migrazione dai tempi della seconda guerra mondiale” scrive nel suo “Patria” (pagina 285) Enrico Deaglio.

Perché ho buttato giù questo testo, perché nella mia mente sono affiorati questi ricordi è un mistero del mio cervello. Un mistero che comunque posso immaginare frutto di associazioni mentali legate a parole come migrazione, diritti, giustizia, libertà. Fatti di ieri, ma anche fatti di oggi. Un oggi che non mi piace. Dove si parla di respingimenti di migranti e quote. Dove un sindacalista della Cgil del Veneto apparso in Tv l’altra sera da Santoro uniformandosi a camice e fazzoletti verdi chiede di stoppare gli arrivi per garantire quelli che ci sono ad oggi, perché per altri non c’è posto. Senza sapere che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un miliardo di nuovi rifugiati (Fonte Onu); dimenticando i sessanta milioni di italiani che vivono oggi all’estero e che a loro volta vennero trattati male, cacciati o anche uccisi; ignorando che l’11% della popolazione mondiale (ovvero noi) consuma l’88% delle risorse del mondo. Nell’85 al tempo della siccità, sono stato in Etiopia. Mi ricordo che ho fatto tappa a Laisen a 50 minuti di auto da Asmara dove ho visitato i campi profughi dove migliaia di bambini morivano di fame. E dove ho scoperto che mentre c’era gente fiera e guerriera costretta a cibarsi di legno come le capre, mentre dall’Europa venivano mandati come aiuti al Terzo mondo macchinari e trattori più utili a chi li produceva che a quelli ai quali erano destinati, le multinazionali americane ed europee acquistavano a bassissimo prezzo (praticamente niente) arachidi, cacao, caffè, olio di palma, banane…Allora, ancora oggi.

Un oggi dove l’arroganza del potere – come al tempo di Honeker – non accetta controlli e regole. Dove un uomo riesce a conquistare le platee dicendo cose tipo: «Per la prima volta c’è un Governo nella storia del Paese retto da un imprenditore con una squadra di ministri che sembra un consiglio di amministrazione…Ma la legislazione che deve essere migliorata… Il presidente del Consiglio non ha nessuno potere, perché tutto il potere è stato dato al Parlamento che è pletorico: sono 630 deputati, ne basterebbero 100. Diranno che offendo il parlamento ma è la pura verità:le assemblee pletoriche sono assolutamente inutili e addirittura controproducenti. Serve ridurre drasticamente il numero dei parlamentari, tuttavia per farlo servirebbe un disegno di legge di iniziativa popolare, perché non si può chiedere ai capponi o ai tacchini di anticipare il Natale…Ci sono alcuni parlamentari che non si vedono mai, perché sono imprenditori, perché sono professionisti, e che hanno cose più importanti da fare che stare li per un giorno con le mani dentro la scatoletta del voto e votare cose che nessuno può sapere cosa sono perché quando ci sono 400 emendamenti… Come si vota? Immagino lo sappiate: si guarda il capo gruppo che fa un gesto e dice come si deve votare”.

Dove questo accade nel silenzio. Dimenticando ad esempio il famoso discorso di Mussolini il 16 novembre del 1922, era il primo discorso del nostro dittatore alla Camera: “Mi sono rifiutato di stravincere…con 300 mila giovani armati potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…potevo sprangare il Parlamento…e costituire un governo esclusivamente di fascisti…Oggi per esempio 52 iscritti a parlare sulle mie comunicazioni sono troppi”.

La sera del 3 febbraio 1933 a Berlino il neo cancelliere Hitler incontrò i maggiori esponenti della Reichswehr, fra questi il generale Kurt von Hammerstein , capo di stato maggiore dell’esercito tedesco, uomo di destra che tuttavia considerava Hitler un confusionario non particolarmente pericoloso. Nel corso della cena Hitler espose i suoi obiettivi…Fu allora che Kurt von Hammerstein cambiò idea e divenne il punto di riferimento della resistenza contro Hitler.

Marie Terese von Hammerstein ricorda: “Inez Ville, giornalista e nipote di un generale dell’esercito della Confederazione, seduta in poltrona di fronte a mio padre…chiese: “Che cosa è successo?”. La risposta di mio padre fu pregnante e laconica: “Ci siamo tuffati a capofitto nel fascismo”. …A un giovane commilitone del terzo reggimento guardie disse: “Il 98 per cento del popolo tedesco è ubriaco”. (da “Hammerstein ovvero l’ostinazione” di Hans Magnus Ezensberger).

…quella lontana sera dell’89, quando salutai Gunther, suo padre e suo fratello, me ne andai a passeggio per un po’ per la Weissensee…nel quartiere vi abitavano gli ebrei, i nazisti li presero, li marchiarono come buoi poi li spedirono nelle camere a gas. Intorno a me vecchi palazzi guglielmini con i segni della guerra: lì raffiche di mitra, più in là un buco di una granata…
“Povera patria – canta Franco Battiato – Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali, che possa contemplare il cielo e i fiori, che non si parli più di dittature, se avremo ancora un po’ da vivere…”.

public school marzo 17, 2009

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1 comment so far

Facendo ordine, mi è capitato di trovare una vecchia mail del 2006 spedita da mio fratello da New York. Nella mail non ci sono parole, ma soltanto una foto, ma è una foto che parla da sola: è il primo giorno di lavoro di sua figlia, assunta come insegnante. Michelle è sulla destra, porta i capelli lunghi sulle spalle, sorride all’obiettivo, felice per il lavoro, per il compito che le aspetta. Ma nella foto c’è anche qualcosa d’altro: non solo la felicità di Michelle, non solo l’orgoglio di mio fratello per la figlia. In quella foto c’è qualcosa di altrettanto importante: sono quei 24 bambini di prima elementare accanto alla loro maestra e dietro al cartello “public school …Brooklyn, class K”. Il fatto è che sono bambini coreani, asiatici, cinesi, portoricani, messicani, africani. Solo una bambina, oltre alla loro insegnante, è di pelle bianca. Riguardo la foto e vedo un altro particolare: alle spalle di tutti quei bambini e di mia nipote c’è la bandiera americana.

…ieri mattina a RaiUno ho sentito il politico di turno parlare di “tetti massimi di stranieri nelle scuole italiane…di quote…di equa distribuzione”. Che dite, gli posso mandare la foto della classe di mia nipote? Potrebbe servire?

Peter Hendke:

…Guardi cosa sta succedendo nella nostra Europa: sono cadute le frontiere ufficiali, sempre più ne sorgono di non ufficiali, invisibili, all’interno di ciascun paese addirittura.

Eastwood-Kowalski:

…ho più cose in comune con questi musi gialli che con i miei figli…