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la battuta di Pannella novembre 21, 2009

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Sam Rainsy (leader dell’opposizione in Cambogia) nel suo intervento di ieri al Consiglio generale del Partito Radicale Nonviolento transnazionale e transpartito in corso a Roma: “…in Cambogia c’è una facciata di democrazia, è democrazia fasulla…abbiamo un parlamento finto…l’opposizione non è stata in grado di dire nulla, di proporre una legge. Di ottenere un emendamento. Niente”.

Marco Pannella: “Scusa Sam, ma stai parlando della Cambogia o dell’Italia?”

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non crediate che sia finita giugno 22, 2009

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Innanzitutto un doveroso e pubblico ringraziamento a Pasquale De Matteis (Glocal Editrice) che su mia richiesta mi ha inviato a casa il libro di Beppe Lopez “Giornali e democrazia”. Un bel libro questo di Beppe Lopez che ho letto tutto d’un fiato (come tutto d’un fiato a suo tempo ho letto “La Casta dei giornali”) e che analizza con cura lo stato dell’informazione italiana a partire da una vicenda personale che è appunto la nascita del Quotidiano di Lecce, il 6 giugno del 79, poco più di 30 anni fa.

E ovviamente un doveroso e pubblico ringraziamento anche all’autore del libro, a Beppe Lopez, direttore del Quotidiano che ha diretto – e difeso – per tre anni con anima e corpo. Innanzitutto perché mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Le sue pagine mi hanno fatto ripensare a un pezzo della mia vita, quando anche io da giovane, pieno di entusiasmo, mi sono affacciato nel mondo dei giornali. Giornali fatti per essere venduti, come dice Lopez. Soprattutto giornali liberi da affaristi, palazzinari e finanzieri, dai grandi gruppi editoriali che a breve – come aveva anticipato Orwell – ci diranno anche che cosa pensare. Dice Lopez che allora, quando mise in piedi la squadra di Quotidiano, lavorava anche 18 ore per giorno e che c’era entusiasmo e passione. Capitò anche a me quando collaborai ad altre belle imprese che dall’altra parte dell’Italia si chiamavano Nord Est e successivamente il Mattino di Padova. Ricordo che aspettavamo le due-tre di notte per andare a vedere in tipografia le prime copie fresche di stampa. Ricordo ad esempio Roberto Foco che a mezzanotte e passa, dopo aver “chiuso”, allegro mi diceva: “Ricominciamo?”. Ricordo grandi giornalisti che mi hanno insegnato il mestiere: Valentino Giacomini prima, Giovanni Valentini, Lamberto Sechi, Paolo Pagliaro, Fabio Barbieri e tanti altri dopo. Penso a Francesco La Licata e ad Angelo Arisco a Palermo al giornale Il Diario. Tra i miei ricordi c’è una vecchia foto che non ho più e non so dove è finita: era l’anno che l’Italia vinse i Mondiali…

Ma le pagine di Beppe Lopez non sono solo un pretesto per andare indietro nei miei ricordi.

Sono pagine di denuncia di come i poteri forti hanno ucciso l’informazione e di come è nato dagli anni 70 in poi questo processo che si chiama omologazione e restaurazione passando sopra “la passione civile e la solidarietà sociale che animava in quegli anni i giovani, gli intellettuali e lo stesso ceto politico”. Al punto che “salvo pochi casi isolati, [oggi] domina un tipo unico di approccio alla realtà, una sola comunicazione e un solo ceto comunicante: autoreferenziale, animato da insaziabili appetiti di autoconservazione e di privilegi, nettamente separato dalla realtà”. Altro che Tv o Internet che hanno ucciso la carta stampata. E i dati della diffusione dei giornali in Italia (meno di dieci copie ogni cento abitanti al Nord, sotto le cinque copie al Sud) sono la chiara conferma che qualcosa non va. Che non va la nostra democrazia. Che quella macchina da scrivere sovrapposta ai tavoli della Camera disegnata in copertina del libro “Giornali e democrazia” è l’indicatore unico e vero del livello di democrazia esistente nel nostro paese. Perché il diritto all’informazione, la libertà di espressione e di critica è una delle libertà fondamentali di ogni essere umano. Come altrettanto è libertà fondamentale quella che hanno i lettori di conoscere i fatti e le opinioni.

Trent’anni fa quando Beppe Lopez firmò il contratto da direttore di Quotidiano fece scrivere dall’editore questa clausola: “Il direttore responsabile ha totale autonomia ed esclusiva responsabilità della linea politica, della fattura e dell’organizzazione del giornale”. Era chiaro da che parte stava il bravo Beppe Lopez, era chiaro quali interessi difendeva , non certo una controparte dei giornalisti, ma primo dei giornalisti. Certo era un altro mondo, c’era stato il 68, i lavoratori avevano conquistato diritti che oggi non ci sono più…come altrettanto oggi non ci sono più direttori con prerogative da direttori.
Fa pensare il libro di Lopez e ci aiuta ad andare indietro nel tempo e nella storia politica del nostro paese. Ecco la nascita di Repubblica, la “cacciata” di Gianluigi Melega, la trasformazione del giornale inventato da Scalfari in qualcosa d’altro e che oggi di fatto ha rilegittimato e sdoganato quei giornali contro i quali era nato. Ecco l’assassinio di Moro, il compromesso storico, il craxismo, Carlo Caracciolo, il sequestro di Giovanni D’Urso, i volantini delle Br, la rivolta di Trani, il partito della fermezza, Francesco Gaetano Caltagirone…Un pezzo d’Italia tra passato e presente. E in mezzo a tutto questo un’idea: dare voce non tanto al Palazzo e alla casta, ma a chi ha scarso potere contrattuale, ai poveri, ai disoccupati, ai lavoratori e a chi si batte per l’eliminazione delle ingiustizie…un giornale con una pagina tutta scritta dai lettori… un giornale che descrive la realtà e fa parlare la realtà

A pagina 189 del libro di Beppe Lopez un brano di una canzone di Pierangelo Bertoli “Potete forse farci rallentare però non vi crediate che sia finita”.

articolo 11: l’Italia ripudia la guerra ottobre 20, 2008

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Per il ministro Ignazio La Russa e per il gruppo di studio del governo impegnato nell’organizzare concerti, parate di soldati e visite di generali nelle scuole per “celebrare la Vittoria nella Grande Guerra e risvegliare i sentimenti di orgoglio e unità nazionali”.

Dal diario di Angelo Paoli, soldato italiano in Galizia, settembre 1914: “Pareva la finizione del mondo, cannonate, fucilate, arme a macchina sparavano a fuoco accelerato, le palle fischiavano da tutte le parti i morti e i feriti erano uno vicino all’altro, chi senza gamba, chi senza braccio, chi spaccata la testa, chi nel ventre che perdevano per fino le budelle”. Queste frasi si possono leggere su “Il Popolo scomparso. Il Trentino, i Trentini nella prima guerra mondiale”, un volume di oltre 600 pagine e di un migliaio di foto raccolte da Guido Antonelli e Diego Leoni per il Laboratorio di storia di Rovereto. Pagine di storia che raccontano la tragedia del 15-18: la trincea, la poltiglia umana, la melma, il sangue, soldati senza diritti, solo un numero all’interno della guerra di massa, un numero da eliminare se non obbediva, da rinchiudere nei manicomi se impazziva. Una tragedia immane: primi bombardamenti aerei sui civili, prime deportazioni di massa, profughi, armi chimiche tra cui il gas iprite usato prima dai francesi in Belgio, poi nel 17 dai tedeschi sugli italiani, quindi dagli inglesi e nel ‘35 dagli italiani nella guerra d’Etiopia. Un inferno, risultato finale: 9 milioni di morti e 20 milioni di feriti….e poi arrivò la seconda guerra mondiale…

“…Le democrazie, che siano tali davvero, non pensano alla guerra e la nostra Costituzione, con assoluta chiarezza, ripudia la guerra,  ma le forze armate hanno compiti ben più alti e più degni, poichè sono presidio di protezione, di difesa delle istituzioni, sono presenza di pace…” (dal messaggio del presidente Oscar Luigi Scalfaro per il 4 novembre, festa dell’unità nazionale -novembre 1992).

Appunti: 1) Le fucilazioni sommarie nella prima guerra mondiale, di Marco Pluviano e Irene Guerrini edito dalla casa editrice Gaspari; 2) “Uomini contro”  di Francesco Rosi; 3) “Scemi di guerra, la follia nelle trincee”