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nel paese dei balocchi marzo 10, 2009

Posted by pagineonlife in società.
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Il frantoio era a pochi passi da casa. Ricordo che il profumo dell’olio si sentiva a grandi distanze. Un profumo intenso, un piacere che è rimasto nella mia testa assieme ad altri odori della mia infanzia: quello di una piccola segheria, del vino che andava a male e faceva i fiori, degli alberi da frutta, dei peschi soprattutto. Prima nel frantoio e poi nella segheria ho imparato il senso del lavoro: mi ci mandava mio padre durante l’estate, solo per alcune ore, quel tanto che bastava perché imparassi che cosa vuol dire la fatica e l’impegno oltre a quello scolastico. Impegno che poi non mi è mai mancato: da più grande, in estate, facevo un po’ di tutto: l’apprendista fornaio, il cameriere, il benzinaio, l’imbianchino, il gelataio nel laboratorio di una media azienda.

Di lavoro si parla molto in questi giorni. Lavoro e crisi. A tutti i livelli. Nella regione dove ora vivo, l’Abruzzo, la crisi è arrivata a colpire anche le grandi fabbriche della Val di Sangro, anche la Sevel del Gruppo Fiat che ha fatto la sua fortuna producendo il furgone Ducato. Migliaia i posti di lavoro a rischio. E già adesso migliaia le ore di cassa integrazione. Povertà non è una parola che piace, ma quando manca il lavoro e la paga mensile si abbassa, quello che resta sono i poveri. L’altra mattina un amico di qualche anno più vecchio di me mi ha ricordato il dopoguerra: anche allora c’era povertà e fame e poco lavoro, ma a differenza di oggi, allora c’erano prospettive. E c’era un’Italia da ricostruire – letteralmente perché le case erano ridotte a macerie – e soprattutto c’era la voglia di fare, di tirarsi su le maniche, di sacrificarsi, lo testimoniano quei nostri milioni di emigranti che si sono sparsi nel mondo, come nel mondo oggi vanno uomini e donne dell’Africa, del medio Oriente e dell’Est Europa. Una voglia di fare che è andata avanti per anni, una prospettiva che oggi forse non si vede più. Quasi che l’unica prospettiva di cambiamento non sia più legata all’impegno, al lavoro, al sudore e al sacrificio, ma alla fortuna che si compra dal tabaccaio con i tagliandini da grattare o scommettendo con Better o puntando a “scoprirsi in tv” come velina-velino o “ancorman”. O nel credere al “doppio B”, al Berlusconi dei Balocchi secondo il quale per far girare l’economia non dobbiamo mettere i soldi sotto il materasso ma dobbiamo spendere. Come se l’Italia fosse il paese dove non esistono scuole e dove gli abitanti si divertono dal mattino alla sera. Salvo risvegliarsi con una bella febbre da somaro e relative orecchie e coda.

Frase di B. dai giornali del 7 marzo “ Bisogna essere ottimisti, con il pessimismo si fa soltanto il male dei cittadini”.

“Il sogno infinito” di Harry Bernstein, pagg. 209-210 :

…Quando i tempi erano favorevoli, i disoccupati in cerca di lavoro erano relativamente pochi, ma nei momenti più duri i capannelli si ingrossavano e le posizioni offerte si facevano sempre meno appetibili. la maggioranza dei posti disponibili erano lavori da facchino, lavapiatti, bigliettaio, sugli autobus, custode, operaio o impieghi umili e malpagati, ma la gente se li contendeva e nell’estate del 1929, passato circa un anno da quando ci eravamo trasferiti a New York, le persone in attesa nelle agenzie erano così numerose da bloccare il passaggio e chi doveva andare oltre era costretto a scendere dal marciapiede. … A ogni angolo, alla fine di ciascun isolato, c’era qualcuno con un carretto, magari improvvisato riadattando una vecchia carrozzina, che vendeva mele. Probabilmente era gente che fino all’anno prima indossava camicia, cravatta e un bel completo e lavorava dietro a
una scrivania… Eravamo nel pieno della Grande Depressione. Tutto quello che la mamma aveva sentito annunciare da quell’uomo a Chicago in piedi sulla scala si era avverato alla lettera. C’erano milioni di disoccupati e le banche avevano chiuso portandosi via i risparmi di una vita di un sacco di gente; anche se mio padre non si fosse rubato i soldi della mamma da sotto il materasso li avremmo persi comunque….

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intercettazioni di Natale dicembre 21, 2008

Posted by pagineonlife in società.
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Intercettazione n° 1: “Caro Babbo Natale, sono un bambino di 10 anni: mio padre fa il muratore, e mia madre lavora come donna delle pulizie. In casa nostra, quando va bene, entrano 800 euro al mese: servono a pagare l’affitto di casa (due stanze per 350 euro), il riscaldamento, la luce, le tasse per i rifiuti. Per fortuna ho dei cugini più grandi che mi passano i loro vestiti. Ma i libri e i quaderni per la scuola costano tanto e quindi spesso non arriviamo a fine mese. Da un po’ ci aiuta la Caritas: mia madre passa in mensa dove le danno pasta, olio, scatolette. Anche mia nonna non se la passa troppo bene: sperava nella social card, ma per uno scarto di pochi euro non ha diritto a questo aiuto. In Comune l’assistente sociale ci ha promesso da anni una casa popolare, ma siamo in fondo alla graduatoria e dobbiamo aspettare ancora. Fra poco è Natale. Non ti chiedo regali, ma un lavoro vero per mio padre, con un contratto e che non sia costretto ad andare in cantiere anche quando ha la schiena a pezzi per i dolori perché altrimenti rischia di non essere più chiamato. Firmato Marco N.”

Intercettazione n° 2 “Caro Marco: ho fatto molto per questo paese, consentimi di dirti che io sono portatore di una moralità sconosciuta nel passato e nel presente, e questo pur avendo contro tutti i comunisti.. Non credere alla crisi, sii ottimista, dii a tuo padre che vadi al lavoro tranquillo e sereno. Ai giornalisti, anche a quelli che fanno i birichini, ho promesso il contratto per gennaio; e fra sette anni avremo una centrale nucleare. Sto facendo molto. Ma ho ereditato una grave crisi, coi verdi e gli ambientalisti che hanno messo sempre il veto su tutte le opere; ma ora si riparte, apriremo tanti cantieri, faremo grandi opere, anche il ponte sullo stretto… ma tuo padre – cittadino consumatore – deve avere meno ansia. Ho i dati di un sondaggio: 8 italiani su 10 hanno rinunciato a cambiare l’automobile per paura della crisi. ecco questo, fa male, questo induce la crisi. Dillo a tuo padre. Da presidente della repubblica, quando avrò più poteri, potrò essere ancora più incisivo, adesso l’ordinamento attuale non mi permette di prendere decisioni tempestive ed essere incisivo. Intanto tu sii sereno, fai come me che al mattino mi sveglio sempre di buon umore, la crisi dipende da te. Firmato Babbo Natale”