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giraffe arancioni e orsi bianchi agosto 27, 2009

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Fatima, 11 anni: Io sono nata in Italia a Montecchio, però mia mamma e mio papà sono albanesi e anche io allora sono albanese. Io ho fatto l’asilo qui, la scuola qui. Io vorrei chiedere al maestro due cose. La prima cosa è questa: io sono italiana o albanese o tutti e due?. La seconda:  io sono immigrata o no? (da Italiani, Feltrinelli)

Nella mia vita il viaggio e il trasloco col camioncino carico di scatoloni, letti, armadi, sedie e tavolo, è sempre stato collegato alla conoscenza. Fin da bambino guardavo mio padre, maestro elementare, che dopo 6-7 anni in un posto, in una città o paese, prendeva carta e penna e in bella calligrafia scriveva alla direzione didattica chiedendo il trasferimento. Insaziabile, cercava un posto migliore…Confesso che forse osava un po’ troppo, come quella volta che finimmo in Liguria perché durante una sagra aveva estratto da una specie di lotteria – ero piccolo e i dettagli si confondono – un biglietto con scritto “Savona”. Viaggi e traslochi che noi bambini facevamo con gran piacere ma che non trovavano mai molto concorde mia madre. Ma così era. In quegli anni, viaggio significava anche trasferirsi all’estero, emigrare. A noi non capitò, ma per moltissimi dei miei parenti l’emigrazione era la norma. Ho già detto di un mio zio, fratello di mio padre che tornava dall’America – in vacanza – con le cravatte colorate, le stecche di sigarette, i fiammiferi di cartone. Una delle sue frasi ricorrenti era: “Ringrazio l’America che mi ha accolto. Dio la benedica perché mi ha preso anche se io non sapevo fare nulla, non ero nessuno, ero soltanto un giovane italiano di Sicilia affamato, senza lavoro, senza scuole. Ma io dovevo andare”. Mio padre, sorrideva e gli diceva: “Non siamo alberi, non siamo piantati nel terreni e per sempre immobili”. E ridevano seduti al tavolo delle chiacchiere e delle bevute, un bicchiere e una sigaretta dietro l’altra, finché si faceva notte e l’ora del sonno…

Mio padre e mio zio non ci sono più da tempo. Erano molto diversi, di idee politiche intendo. Eppure da entrambi ho appreso che la vita non è uguale per tutti: per qualcuno è dura per altri è lieve. Che qualcuno nasce fortunato e qualcun altro meno. E che ci sono pesci neri e giraffe arancioni e marroni, orsi polari bianchi e uccelli rossi, coleotteri blu e pappagalli dai mille colori. E che la discriminazione per il colore delle piume o della pelle è fuori dal mondo. E che tutto si muove e nulla è immobile: perché poco alla volta si girano anche le piante, e si allungano, si voltano verso la luce, si attorcigliano attorno a un tronco, come fa la vite ad esempio che si attacca con i viticci ai pali di sostegno e si avvolge e cresce. E poi nascono i frutti.

Cose d’altri tempi, quando non c’era la videocracy, quando Bossi Junior non era nato e certo nessuno avrebbe immaginato che da grandicello si sarebbe messo a giocare a “Rimbalza il clandestino”, e quando i vari Cota e Boso non avevano ancora pensato che “torturare i clandestini non è reato ma legittima difesa”. E quando a Roma i palazzi del governo non erano ancora stati occupati da alcune centinaia di persone che sono state elette e che fanno il peggio del peggio. Cose che non avrei mai immaginato.

Ma non tutti sono così. Mi ricordo di un articolo pubblicato sulla prima pagina dell’Unità alcuni anni fa. Era il tema di un bambino di una quinta elementare di una scuola di Verona ed era stato inviato al giornale dalla maestra. Il bambino di nome Pablo parlava di un negozio molto strano che vendeva fiaschi pieni di qualcosa che brillava. In uno dei fiaschi sull’etichetta era scritto «sincerità», in un altro fiasco era scritto «amicizia», in un terzo «felicità» e in un quarto «pace». Più sotto altri scaffali e altri fiaschi, e sulle etichette le parole «libertà e fraternità». E in un armadio altri fiaschi. Ma questi ultimi non brillavano e sulle etichette le parole «guerra, fame, tratta degli schiavi, armi, violenza, gelosia, maltrattamenti». Nel suo tema Pablo raccontava che era uscito da quel negozio con alcuni fiaschi, che aveva incontrato per la strada dei poveri che chiedevano la carità. Allora a quella gente quel bambino aveva versato un po’ del contenuto dei suoi fiaschi, aveva dato «pace, libertà, giustizia, fratellanza, amicizia».

L’altra sera, tornando a casa alla fine della mia giornata di lavoro, sintonizzato su Radio radicale, ho sentito una intervista al vice presidente della Commissione Permanente della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa Internazionale Massimo Barra. Parlava di Centri di identificazione ed espulsione e diceva che quei centri sono come prigioni e dove queste persone sono rinchiuse contro la loro volontà. E aggiungeva così: “Non hanno il sentimento di aver commesso un reato, ma solo desiderato di emigrare in cerca di condizioni di vita migliori. Queste persone sono incarcerate solo in forza di una legge approvata dal nostro parlamento e pertanto vivono questo loro essere di trattenuti per sei mesi nei Cie come una profonda ingiustizia”.

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in galera ottobre 8, 2008

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Tornando a casa in auto, ieri sera mi sono sintonizzato su radio radicale. Riccardo Arena, che conduce Radiocarcere, ha parlato della situazione del carcere siciliano “Cavallucci” di Termini Imerese, che “ospita” 56 detenuti, costruito nel 1914. La descrizione di quelle celle è da brividi: in sei o in otto in uno spazio di quattro metri per quattro, tanto che i detenuti sono costretti a muoversi a turno. “Unni cagano mangiano” dice Giovanni, 52 anni, che ha scontato una pena di 8 anni. In sintesi ecco quello che ricordo dall’intervista realizzata da Riccardo Arena: “Un carcere indecente, inadatto e illegale tra muffa e ruggine nelle inferriate e nelle brande, umidità, puzza e topi.Un bunker: durante l’ora d’aria vedi solo cielo e cemento. Non siamo bestie – ripete Giovanni – è vero che dobbiamo pagare per una colpa commessa, ma abbiamo dei diritti. Nel carcere di Termini Imerese non c’è neppure l’acqua calda: un boiler da 25 litri per otto persone, gli ultimi fanno la doccia con l’acqua fredda. E non c’è neppure il riscaldamento. E illegali sono anche le celle di isolamento: buchi da un metro e mezzo per tre metri con un pisciatoio a vista con una finestra a bocca di leone, una branda, un tavolinetto a muro, niente sgabelli. Per mangiare ci si siede nel letto. Il ministero dice che un detenuto costa 50 euro al giorno, intanto la domenica sera si mangia mortadella e minestrina”. Giovanni conclude: Sai che farei io? Io prenderei Caselli, Mastelli e i tanti politici e li porterei in una cella di Termini Imerese. Bastano 24 ore, vediamo dopo cosa dicono…Non siamo bestie, siamo persone umane”.

I detenuti sono oggi 54.605. I posti letto regolamentari sono 42.890. Vi sono 11.715 persone in più rispetto ai posti letto disponibili. (dal quinto rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia – Osservatorio Antigone).