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i vermi del fuoco gennaio 11, 2010

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L’opera di disgregazione sotterranea continua con forza,  i “vermi del fuoco” dell’ Oberförster sono diventati ancora più potenti:  ferro e fuoco e distruzione si abbattono Sulle scogliere di marmo (Ernst Jünger scrisse “Sulle scogliere di marmo” all’indomani della notte dei cristalli)

L’odio seminato da Bossi e dagli altri uomini del partito della Lega continua a dare i suoi frutti. E l’ultimo frutto è quello che è accaduto a Rosarno. E il nome di questo frutto è razzismo. A Cortina in un incontro pubblico con il sindaco di Roma Alemanno e la presidente del Pd Bindi, Gian Antonio Stella ha detto: “Era cominciata con le battute è finita con Sebrenica…la storia qualche volta va a ripetersi, non prendiamo sottogamba la violenza e questo crescente tasso di odio…Mi chiedete se siamo diventati razzisti? La verità è che lo siamo sempre stati”.

Gli alberi del sud danno uno strano frutto, sangue sulle foglie e sangue sulle radici, un corpo nero si agita nella brezza del sud, strano frutto che penzola dagli alberi di pioppo. (Billie Holiday – Strange Fruit)

…In questo mondo multiculturale, le persone di altre culture chiedono di essere trattate da uguali, di essere rispettate e accolte con benevolenza. È scontato che non esistano culture superiori o inferiori, e che le differenze siano solo il risultato di particolari condizioni geografiche e storiche. Il problema è che sappiamo poco delle altre culture, e invece di aspirare a una conoscenza decente tendiamo ad accontentarci di stereotipi falsi e facili.…Erodoto questo lo aveva capito benissimo. Meglio ancora, sapeva che solo la conoscenza reciproca rende possibile la comprensione e la comunicazione come unica strada verso la pace e l’armonia, la collaborazione e lo scambio”. (Ryszard Kapuscinski su “Internazionale” 515, del 20 novembre 2003).

…La scelta davanti alla quale – migliaia di anni fa – si è trovato il gruppo dei nostri antenati si ripropone oggi a tutti noi, e con la stessa intensità: una scelta categorica e fondamentale. Come comportarsi con gli altri? Che atteggiamento avere nei loro confronti? Si può scegliere il duello, il conflitto, la guerra. Di eventi del genere conservano memoria gli archivi, i campi di battaglia, i resti di rovine sparse nel mondo intero. Sono testimonianze della sconfitta dell’uomo, della sua incapacità – o non volontà – d’intendersi con gli altri. Un tema al quale, nelle sue infinite varianti, si è ispirata la letteratura di ogni epoca e paese. Ma può anche succedere che, invece di aggredire e combattere, la nostra famiglia-tribù decida di separarsi e isolarsi dagli altri. Un atteggiamento che nel tempo ha prodotto fenomeni sostanzialmente simili tra loro: la Grande Muraglia cinese, le porte di Babilonia, il limes romano e le mura di pietra degli incas. Per fortuna, ci sono prove che il genere umano è capace anche di un altro atteggiamento. Sono prove di collaborazione: resti di mercati, luoghi di sosta per rifornirsi d’acqua, dove si trovavano agorà e santuari, dove sorgono tuttora le sedi di antiche università e accademie o dove ancora si conservano tracce di vie commerciali come la via della Seta, dell’Ambra o del Sahara. Tutti luoghi dove la gente si è incontrata, ha scambiato idee e merci, ha fatto affari, ha stretto patti e alleanze, ha scoperto finalità e valori comuni. L’altro, il diverso, non era sinonimo di estraneità, ostilità ed eventuale morte. Ciascuno scopriva di avere in sé una piccola parte dell’altro, ci credeva e viveva con quella convinzione. Ogni volta che l’uomo incontra l’altro gli si presentano tre possibilità: fargli guerra, ritirarsi dietro a un muro, aprire un dialogo. L’uomo esita da sempre tra queste tre opzioni e – a seconda della situazione e della cultura – sceglie l’una o l’altra. Le sue scelte sono mutevoli: non sempre si sente sicuro. Quella della guerra è una scelta difficilmente giustificabile. Secondo me ne escono tutti perdenti, nel senso che la guerra rivela l’incapacità dell’uomo di capire, di immedesimarsi con l’altro, di mostrarsi buono e intelligente. In questo caso l’incontro con l’altro finisce sempre tragicamente, con il dramma del sangue e della morte. …[Come afferma] Cyprian Norwid (1821-1883) nell’introduzione all’Odissea si chiede quali siano le ragioni dell’ospitalità ricevuta da Ulisse nel viaggio di ritorno a Itaca…Porte e cancelli non sono fatti solo per chiudersi e impedire l’accesso all’altro: possono anche aprirsi invitandolo a entrare. Le strade non servono solo al passaggio di eserciti nemici: possono anche essere la via lungo la quale, travestito da pellegrino, viene a trovarci un dio. Grazie a questa interpretazione, cominciamo a vivere in un mondo non solo più ricco e vario, ma anche più rassicurante, nel quale noi stessi siamo disposti ad andare per primi verso l’altro. (Ryszard Kapuscinski su “Internazionale” 567, 25 novembre 2004).

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giraffe arancioni e orsi bianchi agosto 27, 2009

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Fatima, 11 anni: Io sono nata in Italia a Montecchio, però mia mamma e mio papà sono albanesi e anche io allora sono albanese. Io ho fatto l’asilo qui, la scuola qui. Io vorrei chiedere al maestro due cose. La prima cosa è questa: io sono italiana o albanese o tutti e due?. La seconda:  io sono immigrata o no? (da Italiani, Feltrinelli)

Nella mia vita il viaggio e il trasloco col camioncino carico di scatoloni, letti, armadi, sedie e tavolo, è sempre stato collegato alla conoscenza. Fin da bambino guardavo mio padre, maestro elementare, che dopo 6-7 anni in un posto, in una città o paese, prendeva carta e penna e in bella calligrafia scriveva alla direzione didattica chiedendo il trasferimento. Insaziabile, cercava un posto migliore…Confesso che forse osava un po’ troppo, come quella volta che finimmo in Liguria perché durante una sagra aveva estratto da una specie di lotteria – ero piccolo e i dettagli si confondono – un biglietto con scritto “Savona”. Viaggi e traslochi che noi bambini facevamo con gran piacere ma che non trovavano mai molto concorde mia madre. Ma così era. In quegli anni, viaggio significava anche trasferirsi all’estero, emigrare. A noi non capitò, ma per moltissimi dei miei parenti l’emigrazione era la norma. Ho già detto di un mio zio, fratello di mio padre che tornava dall’America – in vacanza – con le cravatte colorate, le stecche di sigarette, i fiammiferi di cartone. Una delle sue frasi ricorrenti era: “Ringrazio l’America che mi ha accolto. Dio la benedica perché mi ha preso anche se io non sapevo fare nulla, non ero nessuno, ero soltanto un giovane italiano di Sicilia affamato, senza lavoro, senza scuole. Ma io dovevo andare”. Mio padre, sorrideva e gli diceva: “Non siamo alberi, non siamo piantati nel terreni e per sempre immobili”. E ridevano seduti al tavolo delle chiacchiere e delle bevute, un bicchiere e una sigaretta dietro l’altra, finché si faceva notte e l’ora del sonno…

Mio padre e mio zio non ci sono più da tempo. Erano molto diversi, di idee politiche intendo. Eppure da entrambi ho appreso che la vita non è uguale per tutti: per qualcuno è dura per altri è lieve. Che qualcuno nasce fortunato e qualcun altro meno. E che ci sono pesci neri e giraffe arancioni e marroni, orsi polari bianchi e uccelli rossi, coleotteri blu e pappagalli dai mille colori. E che la discriminazione per il colore delle piume o della pelle è fuori dal mondo. E che tutto si muove e nulla è immobile: perché poco alla volta si girano anche le piante, e si allungano, si voltano verso la luce, si attorcigliano attorno a un tronco, come fa la vite ad esempio che si attacca con i viticci ai pali di sostegno e si avvolge e cresce. E poi nascono i frutti.

Cose d’altri tempi, quando non c’era la videocracy, quando Bossi Junior non era nato e certo nessuno avrebbe immaginato che da grandicello si sarebbe messo a giocare a “Rimbalza il clandestino”, e quando i vari Cota e Boso non avevano ancora pensato che “torturare i clandestini non è reato ma legittima difesa”. E quando a Roma i palazzi del governo non erano ancora stati occupati da alcune centinaia di persone che sono state elette e che fanno il peggio del peggio. Cose che non avrei mai immaginato.

Ma non tutti sono così. Mi ricordo di un articolo pubblicato sulla prima pagina dell’Unità alcuni anni fa. Era il tema di un bambino di una quinta elementare di una scuola di Verona ed era stato inviato al giornale dalla maestra. Il bambino di nome Pablo parlava di un negozio molto strano che vendeva fiaschi pieni di qualcosa che brillava. In uno dei fiaschi sull’etichetta era scritto «sincerità», in un altro fiasco era scritto «amicizia», in un terzo «felicità» e in un quarto «pace». Più sotto altri scaffali e altri fiaschi, e sulle etichette le parole «libertà e fraternità». E in un armadio altri fiaschi. Ma questi ultimi non brillavano e sulle etichette le parole «guerra, fame, tratta degli schiavi, armi, violenza, gelosia, maltrattamenti». Nel suo tema Pablo raccontava che era uscito da quel negozio con alcuni fiaschi, che aveva incontrato per la strada dei poveri che chiedevano la carità. Allora a quella gente quel bambino aveva versato un po’ del contenuto dei suoi fiaschi, aveva dato «pace, libertà, giustizia, fratellanza, amicizia».

L’altra sera, tornando a casa alla fine della mia giornata di lavoro, sintonizzato su Radio radicale, ho sentito una intervista al vice presidente della Commissione Permanente della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa Internazionale Massimo Barra. Parlava di Centri di identificazione ed espulsione e diceva che quei centri sono come prigioni e dove queste persone sono rinchiuse contro la loro volontà. E aggiungeva così: “Non hanno il sentimento di aver commesso un reato, ma solo desiderato di emigrare in cerca di condizioni di vita migliori. Queste persone sono incarcerate solo in forza di una legge approvata dal nostro parlamento e pertanto vivono questo loro essere di trattenuti per sei mesi nei Cie come una profonda ingiustizia”.

…ma non ha niente addosso maggio 16, 2009

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Ultimamente scrivo poco, me lo fanno notare tanti amici. Il motivo è che mi sento un po’ svuotato da tanto frastuono e da tante voci di troppi scrittori, intellettuali, giornalisti e politici embedded . Ridotti per scelta e per denaro a dei processori elettronici, come se fossero progettati appositamente, integrati in un enorme e perverso sistema di controllo totale. Tutti ridotti al rango di veline. Perciò mi consola di più studiare e leggere – ho appena comperato “L’occupazione italiana del Balcani, crimini di guerra e mito della brava gente” di Davide Conti – oppure tentare di ricostruire una vecchia storia tirata fuori dal passato grazie a una donna alla ricerca del padre che apparteneva alla sesta compagnia di sanità della Divisione Pasubio… partito da Bologna assegnato all’Ospedaletto da Campo 836 in aprile del 1941…disperso in Russia….

E nel tempo che mi resta mi interessa di più navigare in rete saltellando da un blog all’altro e dove – al contrario di quello che leggo su tanti giornali o sento in tv – trovo un po’ di gente che ragiona con la propria testa. Bella gente, molti magari nascosti da nick name. Bella gente che racconta di sé e degli altri con amore e senza rancore. Poeti e scrittori veri. Per passione. Gente onesta. E che sa vedere il mondo come quel bimbo di Andersen che seppe spezzare l’incantesimo semplicemente gridando: “ma non ha niente addosso!”.

Spigolature:
1) è morta Susanna Agnelli. Nel ’79 in un intervento alla Camera, durante la seduta del 5 luglio, in occasione dell’invio da parte di Zamberletti di alcune navi per soccorrere i profughi vietnamiti, Susanna Agnelli disse: “…siccome auspichiamo che possano raccogliere un numero determinato di profughi e riportarli in Italia, riteniamo sarebbe bene che il Parlamento adottasse, fin d’ora, alcuni provvedimenti in modo che questi profughi, una volta entrati in Italia, possano essere accolti nei comuni italiani in un determinato modo . Mi riferisco, per esempio, alle abitazioni di questi profughi . Se ad un certo momento non si ottiene una deroga, in modo che i comuni possano accedere ai mutui della Cassa depositi e prestiti per preparare le abitazioni per questi profughi; se non si ottiene la possibilità che possano avere lavoro senza passare attraverso l’ufficio di collocamento; se non sappiamo l’ammontare dei fondi che evidentemente saranno concessi ai comuni per l’assistenza a questi profughi, noi rischiamo – io temo – che queste persone, che abbiamo salvato dalla morte, giunte in Italia si trovino ad affrontare una vita, non dico difficile, ma addirittura impossibile”. E Mirko Tremaglia aggiunse: “… il Parlamento è completamente assente e questo è veramente vergognoso . Sì, partono delle navi, ma non sappiamo se poi si tratta, come si era parlato, di 100 persone o di migliaia di persone; non sappiamo quale destino avranno questi profughi. Ecco perché la nostra reazione è una reazione decisa, il nostro invito è un invito pressante. Bisogna immediatamente tornare qui davanti a questo Parlamento per decidere in termini di umanità e di civiltà la sorte di tutta questa gente che soffre e che muore”.

2) è morta Dora Colaianni: la postina di Onna era in coma dalla notte del 6 aprile. Con la sua morte le vittime del terremoto salgono a 306. Dora Colaianni aveva vissuto in prima persona gli eventi legati alla strage nazista di Onna (17 morti). Era l’11 giugno del ’44, Dora fuggì assieme al fratello alla distruzione da parte dei tedeschi della sua casa di piazzetta del Panettiere. Quella casa, ricostruita dopo la guerra, è crollata il giorno del terremoto.

3) ho gran voglia di vedere il film che il mio amico Dino Viani presenterà fuori concorso al Festival di Cannes il 20 maggio. Si intitola “Canto 6409”, ed è stato girato all’indomani dell’evento sismico che ha colpito le popolazioni dell’Aquila. Il lavoro (22 minuti di pellicola) è stato realizzato in collaborazione con il maestro Emanuel Dimas De Melo Pimenta, uno dei più importanti compositori contemporanei sulla scena mondiale. Racconta Viani: “Ho iniziato a visitare gli hotel della costa per cercare di incontrare delle persone disponibili per poter raccontare una storia che parlasse dell’aspetto invisibile del terremoto, di quei danni, di quelle crepe insanabili aperte nelle anime delle vittime dopo la tragica notte del 6 aprile. E’ stato un compito molto difficile per ovvie ragioni emotive, soprattutto per la breve vicinanza dall’evento. Quando ho incontrato Sascia, con la sua famiglia, ho capito subito che avevo il film a portata di mano, dovevo solo filmare. Attraverso i loro giovani volti smarriti ho cercato di raccontare il loro dolore e quello che ha colpito la mia terra, la mia gente; con quel senso di compostezza, disperazione mista a bellezza”. Aggiunge: “Il mio lavoro vuole essere una delicata neve di primavera che scende su questa terra martoriata come un lungo sudario bianco per coprire le urla dei morti e il piano dei loro cari rimasti soli”.

Conosco Dino Viani da alcuni anni. E’ un poeta dell’immagine. Ricordo il suo Dark Room girato tra la pioggia e le parole e gli sguardi degli anziani della casa di riposo di Alanno. Persone abbandonate. Mentre fuori il mondo festeggiava i suoi stanchi riti…mentre lo sguardo del regista mostrava le loro mani e i loro volti e li accarezzava con amore.

In un mondo senza amore. Un mondo militarizzato, a cominciare dall’Aquila, dove lo stesso segretario dell’Ordine dei Giornalisti Sergio D’Agostino, saputo che al presidente Stefano Pallotta è stato impedito l’accesso al suo ufficio provvisorio nel palazzo dell’Emicilo, ha detto: “Non vorremmo pensare che l’obiettivo reale sia quello di avere nell’area aquilana solo giornalisti embedded”. Un mondo dove non si possono fare domande, un mondo non multietnico e molto razzista. Un mondo in divisa, tipo cravatta, camicia e pochette indossate dai vari Bossi, Borghezio e Cota. Un mondo in divisa tipo mister B. Tutti uguali, tutti con l’uniforme del potere. Embedded e veline al soldo di un gruppo di facinorosi che in poco tenpo hanno fatto scempio di leggi e regole, e venduto paure e veleni.