jump to navigation

il nostro tempo

dal manifesto del 13 aprile
di Tommaso Di Francesco
intervista al generale Fabio Mini

«Testimoni scomodi, a Kabul come in Italia»
Atto inedito di estrema gravità

Al generale Fabio Mini abbiamo rivolto alcune domande sull’ormai vero e proprio sequestro degli operatori sanitari di Emergency in Afghanistan.
Come giudica la vicenda che ancora una volta mostra il conflitto tra civile e militare in un teatro di guerra?
Mi sembra che una perquisizione ed un arresto di personale delle organizzazioni umanitarie sia una novità in assoluto anche per l’Afghanistan. Mi sembra anche unico il fatto che i servizi segreti afgani si facciano accompagnare da membri dell’esercito e della polizia e perfino da personale di Isaf. È vero che questo supporto reciproco è abbastanza normale in operazioni contro ribelli e insorti in armi. Ma in quel caso sono gli afgani a fare da supporto. Qui in teoria si trattava di un accertamento di polizia e nessuno stava sparando su bambini innocenti o si era barricato. La messa in scena è stata evidente e quindi è lecito chiedersi cosa sia cambiato sia fra gli afgani sia all’interno di Isaf. Nell’ambito di Isaf non contiamo più niente, non come individui o come unità militari, ma come paese. Inoltre le autorità locali afgane cominciano ad accusare la stanchezza e non sono abituate al controllo democratico. Emergency dà fastidio a molti non tanto e non solo perché cura tutti, ma soprattutto perché denuncia tutti. Parla, fa attivismo sociale e riesce a mobilitare molte coscienze. Per le autorità afghane l’ospedale è un pericoloso esempio di sostegno ai ribelli, diretto e indiretto, medico e sociale, umanitario e politico. Per le autorità militari internazionali Emergency è un punto di riferimento per i ribelli e quindi va smantellato o almeno delegittimato. Ma soprattutto è un occhio vigile e ipercritico nei riguardi del loro operato. È un testimone non tanto nel senso che va in giro raccogliendo informazioni o curiosando, ma nel senso che raccoglie in primissima battuta la realtà delle operazioni. Non c’è nulla di più credibile di un corpo straziato per raccontare la verità. Emergency ha fatto di questa possibilità di accesso alla verità uno strumento politico e perciò dà fastidio a tutti quelli che hanno qualcosa da nascondere e quelli che da nove anni inventano una formula al giorno per giustificare le morti di civili. In questo senso si può dire che si stia tornando alla guerra ai civili cominciando da quelli che hanno qualcosa da recriminare, da testimoniare e da denunciare.
Come va la guerra della Nato-Isaf nel frattempo?
La guerra non va bene sotto il profilo operativo e malissimo sotto quello strategico e politico. Le operazioni sono sempre meno incisive, ma non sono integrate da una chiara strategia civile. Le forze stanno aumentando ma si ha la sensazione che l’Afghanistan non sia più lo scopo delle azioni militari. Molte zone dell’Afghanistan hanno meno presenze internazionali di alcuni mesi fa mentre altre vedono concentrarsi forze militari. Tutto il settore al confine con l’Iran pullula di soldati di Isaf e americani. Ad Herat e Farah, nei settori teoricamente sotto il comando italiano e dove i talebani sono assenti fin dal 2001, le forze americane sono triplicate. Molti segnali indicano un possibile cambiamento di obiettivo strategico da parte americana: dall’Afghanistan ed i suoi problemi interni si è passati prima al Pakistan, poi al complesso Pakistan e Afghanistan e ora all’Iran sempre rimanendo in Afghanistan. Mi sembra che un ampliamento strategico di questo tipo comporti innanzitutto una preponderanza americana e del comando di Centcom rispetto alla Nato e poi la completa indifferenza per ciò che può succedere al popolo afgano. La stabilità dell’Afganistan come «stato finale» delle operazioni non ha funzionato, di guerra al terrore internazionale da condurre in Afghanistan non si parla quasi più e allora si cerca di far diventare questo paese una base di partenza per una nuova avventura politico-militare con il rischio di far saltare tutta l’Asia Centrale e oltre. Spero tanto di sbagliarmi.
Cosa pensa delle reazioni del governo italiano, impegnato più a prendere le distanze dagli italiani arrestati che non a difenderli?
In queste ore si assiste ad un progressivo disgelo da parte della Farnesina, ma quello che è successo nei giorni passati non è consolante. Abbiamo visto mobilitazioni e prese di posizione ufficiali molto decise per eventi e cause molto meno importanti di questa. Abbiamo pagato riscatti di milioni di dollari a dei terroristi per stabilire il punto che i cittadini italiani vanno salvaguardati soprattutto se si dedicano a cause umanitarie. Non abbiamo mai chiesto perché fossero nei guai e come ci fossero finiti. Non abbiamo neppure applicato la regola che normalmente si applica ai soldati: sono volontari e se la sono cercata. Abbiamo pagato e ci siamo anche fatti ammazzare per portarli a casa. In questa circostanza è sembrato quasi che si sperasse che i nostri connazionali fossero veramente colpevoli. Non è neppure stato applicato il beneficio del dubbio o la presunzione d’innocenza che merita chiunque ma che che Emergency si è guadagnata facendo un mestiere che non fa nessun altro in Afghanistan: salvare la vita di tutti senza chiedere a quale parte o fede appartengono. Si sono usate figure retoriche per dire una cosa e farne capire un’altra e questa è la prova che Emergency dà fastidio anche a qualcuno del nostro governo. Da dove venga questa avversione non è chiaro. Che si tratti soltanto di diverso schieramento politico mi sembra un insulto alla democrazia e una dimostrazione di meschinità. Su Giuliana Sgrena si disse di tutto, ma mentre certa stampa la faceva a pezzi, il governo, di tutt’altro segno della giornalista, stava trattando la sua liberazione. Poi partì uno dei più alti funzionari dei servizi segreti per tirarla fuori. Rimettendoci la pelle. È vero che il clima da allora è cambiato, ma non credo si tratti solo di faziosità. Può trattarsi di imbarazzo nei riguardi degli americani, degli inglesi e della Nato. Essi sanno essere molto persuasivi quando si mettono in testa di eliminare un ostacolo. Ma non necessariamente dicono sempre la verità. Non è escluso che qualcuno abbia convinto le nostre autorità che Emergency sia veramente collusa con il terrorismo. Tuttavia anche in questo caso dovrebbe prevalere la forza della sovranità nazionale a salvaguardia dei nostri cittadini. Chiunque si trovi in quelle condizioni e in paesi che non danno alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani e di quelli legali deve prima essere tirato fuori e poi processato. Ma sembra che noi ci vergogniamo di essere italiani e piuttosto che fare le cose che gli altri invece fanno normalmente preferiamo alludere alle collusioni o accreditare una presunta legalità afghana.

♣………..

Influenza A, Wolfgang Wodarg:  “Una falsa pandemia organizzata dalle case farmaceutiche” (da Altroconsumo)

“Qualche giorno fa il presidente della commissione Sanita’ del Consiglio d’Europa, Wolfgang Wodarg, ha lanciato una pesante accusa: ”L’influenza A sarebbe stata una falsa pandemia orchestrata dalle case farmaceutiche che, per spingere le vendite di farmaci e vaccini, avrebbero influenzato la decisione dell’Organizzazione mondiale della sanita’ (Oms) di dichiarare lo stato di pandemia per il virus A/H1N1”. Altroconsumo, d’accordo con la posizione del commissario Wolfang Wodarg, fa sapere di aver scritto, a novembre 2009, al ministero della Salute, chiedendo conto dei costi sostenuti dalla collettivita’ per le 24 milioni di dosi di vaccino ordinate all’azienda farmaceutica Novartis, e chiarimenti sui termini del contratto tra governo e azienda farmaceutica.
”Non abbiamo ricevuto alcuna risposta, ma sono comunque emersi molti punti oscuri – sostiene l’associazione – ad esempio uno squilibrio di oneri a favore di Novartis: e’ la Corte dei conti stessa, che lo ha esaminato, ad avere affermato che il contratto contiene condizioni che vanificano a favore della Novartis tutti i vincoli contrattuali. Tra i molti esempi citati dalla Corte dei Conti il fatto che il prodotto potra’ essere reputato difettoso solo se la Novartis e’ d’accordo, che non sono previste penali in caso di mancata consegna nei tempi previsti, che il ministero si impegna a risarcire senza limiti alla Novartis tutte le perdite collegate a danni provocati dal vaccino a terzi, tranne quelle dovute a difetti di fabbricazione (che, come visto sopra, devono essere riconosciuti dalla stessa azienda)”.
Altroconsumo fa notare anche la ”strana” segretezza dell’accordo: “Il contratto e’ stato coperto da segreto di Stato, il che e’ del tutto inammissibile oltre che (normalmente) impossibile in un contratto pubblico (come rilevato anche dalla Corte dei conti). In contratto ha ricevuto comunque il visto della Corte dei conti, ma solo per il contesto di eccezionalita’ e somma urgenza”. ”Del resto, per tornare alle parole di Wolfgang Wodarg, ‘i governi hanno chiuso i contratti con i produttori di vaccini per ottenere grossi ordinativi di siero in anticipo, accollandosi quasi tutte le responsabilita’. In questo modo le aziende produttrici si sono assicurate lauti guadagni, senza addossarsi rischi finanziari”.
”C’e’ da chiedersi pero’ se sia comunque accettabile, anche in presenza di un’emergenza vera o presunta, un uso di soldi pubblici cosi’ sbilanciato a favore di un’azienda e a danno dei cittadini”, conclude Altroconsumo.

Gianni Rinaldini (Segretario generale Fiom-Cgil) ai direttori dei giornali (da il manifesto del 12.12.09)

«L’immigrato ucciso dal padrone, risorsa umana dismessa».
Qualche giorno fa, in provincia di Biella, un ragazzo è andato dal suo datore di lavoro per chiedere che gli venissero pagati tre mesi di stipendio arretrato: qualche migliaia di euro che si era guadagnato onestamente, lavorando tutti i giorni e facendo quindi ciò per cui era stato assunto. Forse ne è nata una discussione, forse il ragazzo e il datore di lavoro – un artigiano – hanno litigato, forse si sono insultati, non sappiamo. Ciò che importa è che il datore di lavoro lo ha ucciso con nove coltellate, ha forse chiesto aiuto a qualcuno di fidato, ha caricato il corpo del ragazzo nel bagagliaio di una macchina e lo ha scaricato sulla riva di un torrente, nella vicina provincia di Vercelli. Il datore di lavoro si è così disfatto di «qualcosa» che in quel momento risultava essere inefficiente e antieconomico per la sua impresa edile: un peso morto.

Il corpo del ragazzo è stato poi trovato senza vita dalla polizia ed è stato quindi identificato dai suoi familiari. Il ragazzo si chiamava Ibrahim M’Bodj, aveva 35 anni, era originario del Senegal e lavorava in edilizia. Il datore di lavoro ha ammesso di averlo ucciso. Sì, il ragazzo era un immigrato, uno di quei tanti uomini e donne che decidono di lasciare il proprio paese alla ricerca di condizioni di lavoro e di vita migliori. Uno di quei tanti che sperano di trovare un lavoro che gli permetta di avere una prospettiva di vita dignitosa, che possa garantire un futuro migliore a se stesso e ai suoi familiari; un lavoro che possa garantire una prospettiva di vita, appunto. Ibrahim ha trovato condizioni di lavoro che gli hanno dato la morte. Ibrahim non ha trovato un datore di lavoro, ma un padrone con potere di vita e di morte su di lui.

Ibrahim era un ragazzo normale come tanti altri. Ibrahim non era un eroe, e quando è andato a chiedere che gli venissero pagati i tre mesi di stipendio arretrati pensava di andare a chiedere solo ciò che gli spettava legittimamente. Di certo non pensava che quelle sarebbero state le ultime ore della sua vita. Di certo non pensava di fare niente di eccezionale. Per tre mesi si era arrangiato e aveva aspettato, ma a quel punto – dopo novanta giorni senza stipendio – doveva continuare a vivere, doveva fare qualcosa, e ha deciso di chiedere all’artigiano per cui lavorava ciò che gli spettava, niente di più.
La ferocia della reazione del datore di lavoro è purtroppo significativa del clima sociale e culturale del nostro tempo. Ma ciò che quasi ancor più ci colpisce di questo episodio è il fatto che i giornali, le televisioni, e in generale i mass media, se ne siano completamente disinteressati. Nei giorni successivi al ritrovamento del corpo di Ibrahim, quasi nessuno ha scritto o detto qualcosa su ciò che era successo, con pochissime eccezioni come nel caso del manifesto che ha scelto di dare rilievo a questa storia orribile. E allora viene in mente l’idea che, a parti rovesciate, si sarebbe forse mobilitato l’intero circo mediatico e che per settimane questo episodio sarebbe stato, giustamente, al centro delle riflessioni e delle analisi di politici, giornalisti, intellettuali e opinionisti vari, animando una fitta serie di dibattiti e discussioni.

Ibrahim, evidentemente, aveva una doppia sfortuna: era un lavoratore ed era un immigrato. Ibrahim era doppiamente invisibile, nonostante avesse un contratto di lavoro regolare e soggiornasse regolarmente in Italia da molti anni. Ibrahim non era uno qualsiasi: non era nessuno. Per il suo datore di lavoro, probabilmente, Ibrahim non era un uomo in carne e ossa, dotato di una vita propria. Sì, certo, era umano, ma era una risorsa, una risorsa umana, alla pari o forse poco più importante delle risorse tecnologiche, di quelle energetiche o naturali, di quelle organizzative. E se una risorsa, anche se umana, non serve più, la si dismette, se ne fa a meno, la si scarica. Certo, per dismettere le risorse, ci sono modi civili e modi incivili, ma il concetto è sempre lo stesso. A pensarci bene, questa è anche, e sempre di più, la logica costitutiva di quello che, non a caso, viene definito come il «sistema di management dell’immigrazione» degli Stati liberali (non solo dell’Italia). Primo: prendere le risorse umane che ci servono (qualche tempo fa si diceva di prendere gli immigrati che sono disponibili a fare quello che gli italiani non vogliono più fare, ma l’attuale crisi economica ha complicato un po’ le cose). Secondo: essere ancor più ricettivi nei confronti delle risorse umane che possono contribuire a fare acquisire al paese un vantaggio competitivo nei settori produttivi strategici (gli immigrati con alte competenze professionali). Terzo: evitare l’arrivo delle risorse che non risultano utili o, nel caso in cui queste siano già presenti, reindirizzarle verso i paesi da cui provengono. Anche in questo caso, esistono modi civili e modi incivili di disfarsi di queste particolari risorse umane: le si può rimpatriare, se mai attraverso incentivi economici, ma si può anche buttarli a mare come le scorie radioattive.

Per quel datore di lavoro, Ibrahim era una risorsa da dismettere. Se si fosse trovato senza lavoro e senza la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno, Ibrahim sarebbe potuto diventare una risorsa da dismettere anche per l’intero paese Italia. Ma, evidentemente, è proprio così che è stato considerato da molti di coloro che fanno parte dei salotti televisivi, delle redazioni dei giornali e dei telegiornali. Un uomo che muore può fare notizia, una risorsa dismessa no. Se poi questa risorsa è straniera, anzi extra-comunitaria, è come se non fosse mai esistita. Ci sono dei singoli avvenimenti che hanno la capacità di raccontare un dato assetto della realtà sociale quanto un’analisi statistica o un’inchiesta sociologica, se non addirittura di più. Rappresentano quello che sta accadendo in determinati tempi e luoghi, di sintetizzare il senso dei processi sociali e culturali che attraversano questi luoghi e tempi, e di svelare le logiche che sottostanno ai sistemi mediatici.
Sono passati più di vent’anni dall’assassinio di Jerry Maslow, un omicidio
che tanto clamore e tanta indignazione suscitò nella società civile. Ciò avvenne anche grazie all’attenzione che i mass media del nostro Paese dedicarono allora a quell’episodio. L’impressione è che oggi, a venti anni di distanza, si sia tornati indietro di secoli.

Commenti»

No comments yet — be the first.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: