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IL NUCLEARE (fonti Legambiente)

1. L’Incidente del 26 aprile 1986

E’ l’una e ventitré minuti del 26 aprile 1986 quando all’interno della centrale nucleare di Cernobyl avviene la prima esplosione che spezza i tubi di pressione liberando vapore che spinge la copertura di contenimento al di fuori del reattore. Passano solo pochi secondi e avviene una seconda esplosione causata dal combustibile e dalla grafite all’interno del nocciolo, determinando la fuoriuscita e la diffusione nell’ambiente di gran parte del materiale radioattivo contenuto nel IV reattore. L’incendio divampa in tanti focolai, il tetto superiore, di ben 2.700 tonnellate di cemento armato, si affloscia su se stesso come fosse di cartone e rimane appeso in posizione quasi verticale, provocando lo sprofondamento della base del reattore di almeno quattro metri e le prime due vittime dell’incidente. Il reattore si era trasformato in pratica in un violento vulcano in esplosione per l’effetto camino creato dalla spaccatura del tetto che, con le sue quasi tremila tonnellate si era afflosciato su stesso, scoperchiando il nocciolo in attività. Il disastro più grave nella storia del nucleare civile, ha origine in realtà il giorno precedente, quando nel corso della manutenzione periodica del reattore venne decisa una sperimentazione. Si voleva verificare se nel caso di un abbassamento fortuito di potenza, vi fosse energia elettrica sufficiente per mettere in funzione i dispositivi di raffreddamento di emergenza. Niente quindi che doveva a che fare con il reattore RMBK della centrale.

La centrale di Cernobyl è costituita da quattro reattori, uno a fianco all’altro, ognuno in grado di produrre 1 gigawatt (GW) di energia elettrica. Le unità 1 e 2 sono state realizzate tra il 1973 e il 1974, mentre la 3 e la 4 completate nel 1983; altri due reattori, sempre da 1 GW l’uno, sono in fase di realizzazione. Si tratta di reattori alimentati a uranio naturale poco arricchito, sono moderati a grafite e raffreddati ad acqua, di potenza termica pari a 3.200 megawatt (MW) termici. La centrale è situata a pochi chilometri da Prypiat, 18 chilometri a nord-ovest della città di Cernobyl e 110 chilometri a nord della capitale Kiev e dista solo 16 km dal confine con la Bielorussia.
Il reattore RMBK è come un grosso cilindro di 14 metri di diametro e sette di altezza. Vi sono 4 pompe di raffreddamento principale, una delle quali sempre pronta ad essere azionata. 221 le barre di controllo. Il corpo dei reattori RBMK è costituito da circa 2.500 blocchi di grafite (che pesano oltre 1.500 tonnellate) e che hanno il ruolo di moderatori della combustione, all’interno dei quali sono ricavati i canali in cui viene immesso il combustibile.
Il sistema di sicurezza prevede la possibilità di inserire delle barre di controllo di grafite in grado di assorbire i neutroni che si sviluppano durante la reazione nucleare; in caso di black-out è previsto un secondo sistema elettrico di emergenza che controlli separatamente ogni gruppo di barre di grafite.In pratica le barre di grafite servono da moderatore dei neutroni. In pratica se tutte le barre di grafite sono all’interno della zona attiva del cilindro, dove c’è il combustibile, la reazione non avviene; mano a mano che le barre vengono estratte la reazione si innesca e va avanti sino alla massima potenza di progetto. Per la sicurezza dell’impianto all’interno del cilindro dove avviene la reazione nucleare, vi devono essere sempre un certo numero di barre di moderazione in grado di contrastare l’attività del nucleo. Quando la capacità di accelerazione del reattore supera la capacità che hanno gli strumenti di controllo di arrestarla, il reattore scoppia. In pratica quello che è successo quella sciagurata notte di vent’anni fa.

Il pennacchio di fumi, contenenti isotopi radioattivi, si alza per oltre un chilometro sopra la centrale. I componenti pesanti di questi fumi ricadono più o meno nelle vicinanze della centrale, ma i componenti leggeri, i gas, cominciano la loro marcia per l’Europa iniziando dal nord-est della centrale, seguendo la rotta dei venti prevalenti. La contaminazione ha interessato in modo significativo una zona di 150.000 chilometri quadrati, compresa tra Ucraina, Bielorussia e Russia, coinvolgendo circa 6 milioni di persone, e ha prodotto un aumento misurabile della radioattività su una gran parte dell’Europa. All’interno di ciò che è rimasto del reattore intanto va avanti la reazione a catena per via dell’uranio 235 e della grafite ancora presenti. La temperatura continuava a salire e il nocciolo, sprofondato nel suolo per oltre 4 metri, sta fondendo in una massa unica nella quale prosegue e sarebbe andata avanti per molto tempo la reazione a catena. Continuano a scoppiare incendi tutto attorno alla quarta unità mettendo in serio rischio gli altri tre reattori funzionanti.

Negli elementi di combustibile dei quattro reattori vi sono complessivamente oltre 3.000 chilogrammi di plutonio, 700 tonnellate di uranio e una infinita quantità di isotopi radioattivi, prodotti di fissione delle successive reazioni nucleari. Era già una vera catastrofe, ma avrebbe potuto raggiungere dimensioni difficilmente immaginabili.
È stato calcolato che nelle primissime ore le esplosioni abbiano lanciato nell’atmosfera 20 milioni di curie di materiali radioattivi, pari a una attività di un miliardo di miliardi di Bequerel : il 3,5% della radioattività totale costituita da Uranio, Transuranio e Cesio; il 50-60% di isotopi volatili come lo Iodio 131 e il Cesio 134-137, il 100% di gas radioattivi e altamente tossici come Xenon 133 e Kripton 85.
Centinaia di pompieri intervenuti dalla vicina Pripyat tentano di spegnere gli incendi operando senza la neppur minima attrezzatura adeguata: non hanno tute né maschere efficienti né tanto meno dosimetri e sacrificano la propria vita nel tentativo di arginare il disastro. Ci vollero almeno 10 giorni per spegnere la grafite e altrettanti per domare tutte le fiamme. Più di 30 elicotteri militari sorvolano il reattore in fiamme sganciando 2.400 tonnellate di piombo e 1.800 tonnellate di sabbia nel tentativo di estinguere il fuoco e assorbire le radiazioni. Tutto inutile, anzi il calore che si accumula sotto il materiale sganciato dagli elicotteri rende ancora più critica la situazione: la temperatura all’interno del reattore aumenta nuovamente con un conseguente incremento della quantità di radiazioni emesse. Per raffreddare ciò che resta del reattore alla fine viene utilizzato azoto. È il 6 di maggio quando finalmente si riesce a mettere sotto controllo l’incendio e le emissioni radioattive.

A questo punto si doveva mettere in atto “misure per l’eliminazione delle conseguenze dell’incidente” come venne intitolata una delibera governativa per Cernobyl. Cià significava raccogliere tutto il materiale depositato intorno alla centrale, radunarlo sopra ciò che era rimasto del reattore esploso e coprire tutto il prima possibile, per fermare la fuoriuscita di materiale radioattivo. Insomma liquidare ciò che l’incidente aveva provocato e per questo vennero chiamati in servizio da tutte le Repubbliche dell’Urss unità di soccorso. Militari, soprattutto, ma anche contadini, operai, studenti e chiunque fosse abile. Passati alla storia con il nome di liquidatori, erano organizzati in gruppi di 100 operai gran parte guidati da un ingegnere; da i 300.000 a 800.000 uomini, secondo le varie fonti, operarono per giorni, in turni di massimo un minuto a fronte di un assorbimento di 1 rem di dose radioattiva, per raccogliere i pezzi di grafite, di cemento e di macerie contaminate disseminate attorno all’unità esplosa e gettarle nella voragine che si era aperta laddove prima stava il reattore e che bisognava chiudere il prima possibile.

2. Il sarcofago sopra Cernobyl

A metà giugno del 1986 iniziano i lavori per la costruzione del contenitore, cosiddetto sarcofago, destinato a ricoprire l’Unità numero 4 della Centrale nucleare di Cernobyl: i lavori durano 206 giorni e notti. 90.000 i lavoratori che partecipano alla costruzione del sarcofago e 200.000 le persone che lavorano nell’area di Cernobyl, con compiti diversi, tra il 1986 e il 1987.
Già dal 20 maggio e fino a metà luglio ’86 sono stati eseguiti lavori per rimuovere macerie e decontaminare l’area sui cui edificare la struttura protettiva. In questa fase i lavori sono stati caratterizzati da elevati tassi di esposizione a radiazioni.
Successivamente, fino a metà settembre, sono state gettate le basi per la costruzione del sarcofago: in questa fase le radiazioni sono state meno elevate.
La terza fase, conclusasi alla fine del novembre 1986, ha visto la edificazione e il montaggio definitivo della struttura.
Per la realizzazione di questa costruzione faraonica furono necessari 400.000 metri cubi di calcestruzzo e 7.000 tonnellate di strutture metalliche . I lavori hanno preso avvio rinforzando dapprima la parete ovest, non danneggiata dall’esplosione, costruendo il pavimento del sarcofago, poi, mano a mano che la costruzione avanzava con muri e paratie interne, inserendo e ricoprendo le strutture danneggiate e i materiali radioattivi.

Viene poi ricostruito e rinforzato il muro di separazione tra l’unità tre e quattro, danneggiato dall’incidente: a seguire si prosegue con la copertura della sala turbine e l’installazione di un sistema di ventilazione, monitoraggio e misurazione.In questa prima fase i lavoratori non erano a conoscenza dei rischi reali ai quali erano sottoposti: alcuni accettavano questo lavoro perché obbligati, altri perché pagati di più, altri per “eroismo”. Uomini che più delle volte hanno dovuto sostituire il lavoro delle macchine, poiché queste non rispondevano ai comandi per via delle interferenze causate dall’elevata attività radioattiva.Persone provenienti da varie zone dell’ex Unione Sovietica, spesso militari, giovani inviati a combattere un nemico invisibile, a sacrificare le loro vite per salvare l’umanità, messa in pericolo da un uso improprio della tecnologia.

Nell’ottobre 1986 la Commissione del governo dichiara che le strutture del sarcofago garantiranno la sicurezza per circa 30 anni.Secondo studi effettuati da esperti del settore, si stima che la quantità di materiale radioattivo altamente pericoloso contenuto all’interno del sarcofago è di circa 200 tonnellate.All’interno del sarcofago si trova ancora oggi il 95% del materiale radioattivo presente al momento dell’incidente. Queste sostanze sono sottoposte a un processo di trasformazione spontaneo che genera altri radionuclidi e polveri: esiste un potenziale ed elevato rischio di rilascio di queste sostanze nell’ambiente esterno, soprattutto in caso di collasso della struttura di contenimento. Si stima in circa 4 tonnellate la quantità di polveri che potrebbero fuoriuscire. Il sarcofago presenta all’incirca 100 metri quadrati di crepe e fessure, dalle quali ogni anno, secondo stime ufficiali, si infiltrano 2.200 metri cubi di acqua piovana, cui va ad aggiungersi l’acqua di condensa, stimata in ulteriori 1.650 metri cubi annui.
Le infiltrazioni d’acqua hanno significativamente corroso e danneggiato le strutture metalliche e possono destabilizzare la struttura e gli elementi in essa contenuti: la potenziale fuoriuscita di questa acqua contaminata rappresenta un grave pericolo per le falde e i fiumi. Nonostante i lavori di recupero e di rinforzo, il muro ovest presenta poi un’inclinazione di oltre 50 centimetri. Inoltre, all’interno del sarcofago, ogni anno si formano 270 metri cubi di pulviscoli e polveri radioattive.Nella zona sud del sarcofago, a un livello di 24,3 metri, dove sono contenuti frammenti e materiali di costruzione, si è notato uno sprofondamento di 1,5 metri: un terremoto causerebbe il collasso della sottostante sala turbine, con il rilascio di polveri e liquidi radioattivi dalle crepe e dalle fessure del sarcofago.

L’attuale struttura non ha mai risposto e non risponde ai requisiti normativi e tecnici di sicurezza, sia in termini di durabilità meccanica, che di integrità strutturale e conservativa: nel caso ad esempio di un terremoto di 4,3 gradi della scala Ricther, l’intera struttura collasserebbe.Il rischio di terremoto non è un allarmismo del tutto ingiustificato, visto che gli scienziati calcolano, per quella zona, la probabilità di un evento sismico pari allo 0,24 l’anno: probabilità considerata incompatibile con la presenza di una simile struttura anche dalla normativa Iaea.

La centrale nucleare di Cernobyl è stata definitivamente chiusa il 15 dicembre 2000: attualmente sono 4 i reattori spenti e due quelli la cui costruzione è stata interrotta dopo l’esplosione dell’86. Alla centrale lavorano quotidianamente un centinaio di addetti: per loro i turni sono di 12 ore e poi due giorni lontani dalla centrale, per abbattere le radiazioni. Complessivamente sono 3.700 i tecnici che lavorano a Cernobyl con il compito di tenere sotto controllo la centrale, la cui imponente mole incombe sulla vicina città di Pripyat, la “città fantasma”

4. Un disastro ecologico di natura planetaria

A 20 anni dall’esplosione, circa 7 milioni di persone sono ancora esposte al rischio contaminazione da isotopi a lungo decadimento. La maggiore fonte di pericolo arriva dal cibo prodotto nelle aree colpite dall’esplosione, in cui si registrano alte quantità di Cesio. Vittime maggiori di questa tragedia sono i bambini che, alimentati con carne, latte o cereali inquinati, sempre più spesso si ammalano di tumori tiroidei o sono affetti da immunodepressione. Secondo le conclusioni di un gruppo internazionale di oltre 100 scienziati, fino a circa 4.000 persone potrebbero ancora morire per l’esposizione alle radiazioni dovute all’incidente all’impianto nucleare di Cernobyl, venti anni fa. Le nuove cifre sono contenute in un rapporto, Cernobyl’s Legacy: Health, Environmental and Socio-Economic Impacts, presentato dal Cernobyl Forum. Tuttavia, il tasso di sopravvivenza fra le vittime del cancro – almeno a giudicare dalle cifre della Bielorussia – è molto alto. Oggi, nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, la povertà e i problemi di salute mentale costituiscono per le comunità locali un pericolo molto maggiore dell’esposizione alle radiazioni. Solo in Bielorussia oltre il 90% dei pensionati vive sotto il livello di povertà e la situazione non va meglio in Ucraina, dove molte famiglie sfollate vivono in miseria e senza prospettive. Il disastro della centrale nucleare di Cernobyl, nell’aprile del 1986, ha contaminato un’area, tra Russia, Bielorussia e Ucraina, grande due volte l’Irlanda. Il Paese che ha avuto le conseguenze maggiori è la Bielorussia dove si è avuto il 70% della caduta radioattiva che ha contaminato il 23% di tutto il territorio nazionale, colpendo una vasta area agricola e boschiva. In quella che è stata definita “la zona morta”, un’area compresa in un raggio di 30 chilometri dalla centrale, sono state evacuate in via definitiva oltre 400.000 persone, anche se alcune stanno lentamente tornando e i villaggi abbandonati si stanno ripopolando da chi non ha nessun’altra possibilità di vita.
In Bielorussia, anche a causa del disastro di Cernobyl e della conseguente povertà che si è abbattuta su gran parte della società, molte famiglie si stanno disgregando: i giovani che cercano fortuna all’estero e i più anziani che non trovano altra via d’uscita se non attraverso l’alcol che già dalle prime luci dell’alba è ben presente su ogni tavola; a tutto questo si aggiunge l’esplodere dell’Aids che in certe realtà si sta diffondendo pericolosamente; oppure l’aumento incontrollato del diabete a causa dell’alimentazione e delle allergie per l’abbassamento delle difese immunitarie. La povertà è palpabile anche a Minsk, capitale della Bielorussia, dove dietro a una facciata pulita e ordinata si cela una miseria diffusa. Per chi sta cercando di dare vita a una timida opposizione, «in Bielorussia la situazione è tranquilla, nessun bisogno di preoccuparsi. Ma nei Paesi in cui c’è una dittatura la stabilità è apparente. La dignità dei bielorussi viene costantemente umiliata. I padri di famiglia vivono nel timore che lo stipendio non basti più, le madri per il futuro dei loro figli. Adesso gli imprenditori hanno paura a fare il loro mestiere e i neolaureati vengono mandati come primo impiego a lavorare nelle zone vicino a Cernobyl. Il problema della paura è molto grave nel nostro Paese». In Bielorussia non si muore di fame ma i salari sono bassissimi, la gente entra nei negozi e si spaventa per i prezzi. Le merci e i prodotti nei grandi magazzini e nei supermercati sono solo per una ristretta cerchia di pochi privilegiati, mentre per il resto della popolazione si può vivere solo andando nei mercati della periferia.

4.1 L’area contaminata

«Il 23% di territorio dove vivevano più di due milioni di persone fu contaminato da isotopi di cesio, stronzio e plutonio a lungo raggio. Siamo stati costretti a escludere dallo sfruttamento economico più di 6.000 chilometri quadrati di territorio di cui 3.000 chilometri quadrati di terreno agricolo». Queste le parole del ministro della sicurezza bielorusso Ivan Kenik nel descrivere la situazione all’indomani dell’incidente alla centrale nucleare di Cernobyl . Nel 1990 il Soviet supremo della Bielorussia dichiarò la Repubblica “zona di calamità ecologica nazionale”, e cinque anni dopo l’Onu concentrò l’attenzione della comunità mondiale sui bisogni più urgenti delle persone colpite dal disastro di Cernobyl perché fosse considerata «una tragedia umana internazionale dal duraturo impatto».
La stima riguardo alle sostanze radioattive disperse nell’ambiente per l’esplosione del quarto reattore della centrale è di oltre la metà dello iodio e del cesio presenti nel nocciolo, più altri radionuclidi e gas radioattivi pari a una attività di 11 EBq, ovvero un miliardo di miliardi di Bequerel. Il fall-out ha interessato il 5% dell’Ucraina, solo marginalmente la Russia (lo 0,6%), mentre si è riversato principalmente in Bielorussia contaminando circa il 23% del territorio. In oltre 46.000 chilometri quadrati si registrarono valori di oltre 37 kBq/mq per la presenza di Cesio137: un’area questa che comprende 27 città in cui vivevano oltre due milioni di persone, in pratica più di un quinto dell’intera popolazione.
Più localizzata risultò la contaminazione da Stronzio 90, in circa il 10% del territorio, con livelli massimi di 1800 kBq/mq nel distretto di Khoyniki, nella regione di Gomel(Bielorussia), in un perimetro di 30 chilometri intorno alla centrale. Sempre nella regione di Gomel, nei distretti di Bragin, Narovlya, Khoyniki, Rechitsa, Dobrush e Loev, che rappresentano circa il 2% della Bielorussia, si rilevarono le maggiori contaminazioni da Plutonio 238, 239 e 240. Anche in questo caso il distretto di Khoyniki è quello che ha fatto registrare i valori più alti con più di 111 Bq/mq.
La zona dei 30 chilometri di raggio attorno alla centrale è quella da cui la popolazione è stata evacuata nel 1986 per gli elevati livelli di contaminazione: in quest’area lo Stronzio 90 raggiungeva valori superiori a 3 Ci/kmq e il Plutonio, con i vari isotopi, superiori a 0,1 Ci/kmq.
Per assicurare la sicurezza pubblica dalle aree più fortemente colpite dal fall-out, furono allontanate due giorni dopo l’incidente le donne incinte e i bambini, e otto giorni dopo, il 4 maggio 1986, il Consiglio dei ministri della Bssr, approvò il decreto 341 con il quale la zona entro 30 chilometri dall’impianto – la cosiddetta “zona di esclusione”- fu destinata a “risistemazione” e l’intera popolazione fu spostata altrove. La zona di esclusione copre un’area di 1.700 chilometri quadrati e vi è vietata qualsiasi attività. I territori adiacenti a quest’area vengono definiti “zone di riassetto”, dove sono previste regole specifiche per le varie attività che vi si svolgono.
Nel febbraio 1988 nella zona di esclusione venne istituita, con decreto governativo, la Riserva Ecologica Radioattiva dello Stato di Polesseye, che copre 2.150 chilometri quadrati e ha tra i suoi compiti quello di prevenire il trasferimento di radionuclidi ai territori meno contaminati, di attuare la prevenzione degli incendi dei boschi e condurre monitoraggi ecologici sulla radiazione.
La zona di esclusione è soggetta a interventi di manutenzione e in una nota dello stesso ministero della Sicurezza si legge : «Il concetto di manutenzione delle zone di esclusione e di riassetto affronta le seguenti attività: tracciare i primi elementi di verifica scientifica, controllare le condizioni dell’acqua quando i sistemi di miglioramento non sono più operativi; testare le soluzioni tecniche e organizzative per ripristinare l’attività economica utilizzando lotti di terreno fertile; organizzare e migliorare un sistema di prevenzione e lotta contro incendi forestali e di torba; rimboschimento dei terreni inclini all’erosione per vento e acqua».
Gli interventi realizzati nelle aree di riassetto riguardano essenzialmente una limitata attività agricola. I territori che non devono essere utilizzati per lo sfruttamento agricolo, perché ritenuti pericolosamente radioattivi, sono segnalati con cartelli e striscioni ben visibili e con segnali di pericolo; le case hanno tutte le finestre inchiodate con assi messe a croce. Per evitare che da queste zone vengano rimosse costruzioni, materiali, suppellettili e altro materiale radioattivo, è stato fatto un inventario, che ogni tre mesi viene aggiornato. Ma nel corso degli anni queste case, queste terre, questi boschi si sono piano piano ripopolati sia dei vecchi residenti, sia di famiglie provenienti da altre repubbliche dell’ex Unione sovietica per sfuggire alla guerra, alla fame e alla miseria.
La decontaminazione su larga scala degli insediamenti in Bielorussia contaminati dal fall-out è stata realizzata tra il 1986 e il 1989. In questo periodo circa 500 insediamenti fuori della zona di esclusione, furono bonificati attraverso la rimozione del terreno superficiale e la ricopertura con quello pulito, l’asfaltatura delle strade e dei marciapiedi, la sostituzione dei tetti e la rimozione di materiali che non era possibile decontaminare. Vennero rimossi in tre anni 7,3 milioni di metri cubi di terreno contaminato e riportati 1,57 milioni di metri cubi di terreno pulito.
Una seconda attività di decontaminazione è stata condotta in Bielorussia tra il 1991 e il 1997: in questo lasso di tempo sono stati demoliti 110 insediamenti e oltre 6.000 fattorie e decontaminati oggetti in un area di oltre 1000 chilometri quadrati tra le regioni di Gomel, Mogilev e Bragin. Ma la decontaminazione dei terreni non era sufficiente da sola a garantire prodotti della terra con livelli di radioattività accettabili e allora in Ucraina, Bielorussia e Russia, i cosiddetti “specialisti di radiologia agricola” svilupparono una serie di raccomandazioni sull’attività di coltivazione dei campi, aggiornate e riesaminate nel corso degli anni, che in pratica prevedevano contromisure in tutta la filiera a partire dalla catena terreno-pianta e poi pianta-animale per arrivare alla catena materia prima-alimenti, per abbattere sia le dosi di radioattività individuale che collettiva. In altre parole, non potendo o sapendo che cos’altro fare, per diminuire i livelli di radioattività nei terreni, si è cercato di ridurre almeno la esposizione della popolazione e di conseguenza il danno. Come? Per esempio nella catena terreno-pianta, le misure riguardavano tecniche per immobilizzare i radionuclidi – soprattutto il Cesio 137 – presenti nei terreni coltivati, per evitare il loro trasferimento alle piante, attraverso l’impiego di minerali argillosi nel terreno. Ma per le coltivazioni di foraggio non sempre e non in tutti i terreni queste tecniche davano risultati accettabili e quindi venivano introdotte nella dieta degli animali delle “preparazioni selettive” in grado di prevenire l’assorbimento di Cesio radioattivo nel tratto digestivo; tra i più utilizzati i sali di ferro-cianuro, il Blu di Prussia (una sostanza che si utilizza per colorare le sezioni da sottoporre a lettura al microscopio), il sale Gise, il sale Nigrovich. Con queste preparazioni, a detta degli esperti, il contenuto di Cesio nel latte e nel tessuto muscolare si riduce da 2 a 5 volte.
Per quanto riguarda le contromisure nella catena finale materie prime-generi alimentari, il ministero bielorusso garantiva che: «La nuova lavorazione dei prodotti agricoli come anche metodi di cucina portano, secondo la legge, alla riduzione della contaminazione dei generi alimentari pronti». In pratica, si sostiene che la macinatura dei cereali riduce la radioattività di ben due volte, tre volte nel caso dell’avena, mentre la lavorazione dei cereali per la produzione di alcol esclude quasi il contenuto nel prodotto finito! Forse è da qui il consiglio di bere vodka per contrastare gli effetti della radioattività che chiunque sia stato in quei territori ha ricevuto di persona.
Le mappe ufficiali della contaminazione dei territori colpiti dal fall-out sono note e diffuse, così come i documenti in parte citati, ma sapere quale è veramente la situazione di queste aree dove ancora vivono centinaia di migliaia persone, è altra cosa.
Nel settembre 1998 il dipartimento di Ivrea dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale) Piemonte, in collaborazione con Legambiente, mise in piedi una prima campagna di monitoraggio per valutare direttamente quale fosse lo stato di contaminazione dei luoghi attorno alle zone evacuate dove, nonostante il divieto, vivono ancora oggi migliaia di persone.

La campagna di misura è stata realizzata a Gomel, una delle sei regioni in cui è suddivisa amministrativamente la Repubblica Bielorussa; più in particolare, è stata esaminata un’area dove esiste il progetto di realizzare una colonia estiva per bambini, la zona urbana di Gomel e di altre cittadine situate più a ridosso della zona di esclusione. È stato anche possibile effettuare misure e prelievi in uno dei villaggi evacuati, situato nella “zona proibita” a poco più di 10 chilometri dalla centrale. Oltre ai prelievi analizzati successivamente in laboratorio, una volta rientrati in Italia, i tecnici dell’Arpa Piemonte realizzarono anche misure di intensità di dose sul posto impiegando uno strumento che consente di rivelare la presenza di radiazione artificiale, anche in presenza di elevato fondo naturale. Gran parte della campagna di misure e prelievi ha interessato i suoli, sia agricoli che urbani, ma sono stati raccolti anche campioni di altre matrici (acqua potabile, particolato atmosferico e anche qualche alimento). Per i prelievi di particolato atmosferico, sia in ambiente urbano che in ambiente rurale, impiegando una pompa ad alto volume è stato possibile campionare volumi consistenti (attorno a 100-200 metri cubi) in un tempo ragionevole (qualche ora). I prodotti agricoli, provenienti sia da piccole coltivazioni (ortaggi soprattutto) che di origine spontanea (funghi, bacche) non sono stati raccolti con la necessaria adeguata sistematicità, per motivi contingenti, ma hanno comunque fornito informazioni indicative sul livello di esposizione di natura alimentare della popolazione. Gli oltre 50 campioni di suolo prelevati sono stati sottoposti a spettrometria gamma e a misure radiochimiche per la ricerca di Sr 90 e Plutonio e i risultati emersi da questa campagna di misure indicano valori di contaminazione fino a 10 mSv . Livelli tali da fornire dosi ancora considerevoli a consistenti gruppi di popolazione che vivono a ridosso delle zone evacuate.

Una prima indicazione generica sulla distribuzione della contaminazione del territorio monitorato può essere data dalle misure di intensità di dose, registrate direttamente sul posto, che variano considerevolmente da zona a zona, con differenze di un ordine di grandezza e più. Più in generale risulta che, laddove il terreno è rimasto indisturbato, si hanno livelli di irraggiamento decisamente maggiori: in un terreno arato rispetto a un altro che non lo è, la differenza può essere dell’ordine di un fattore 2 o 3.
Nonostante la non completa copertura del territorio, i dati registrati riescono tuttavia a fornire un’idea abbastanza precisa della situazione esistente in questa regione bielorussa: i livelli di dose sono normali nella grande area urbana di Gomel, mentre in zone relativamente vicine come ad esempio Bartalamevska, un piccolo villaggio contadino all’interno della zona di esclusione, la contaminazione è tale da non consentire la permanenza della popolazione, mentre in realtà sono tornate ad abitarci decine persone. Le aree più prossime alla centrale di Cernobyl sono logicamente quelle in cui i livelli di dose -anche in aree tuttora abitate – sono i più alti, in particolare nei villaggi di Kirof e Lub, e negli altri insediamenti sempre all’interno della zona di esclusione i valori hanno raggiunto punte fino a 3.800 nSv/h presso il villaggio di Rasciava, che dista poco più di 10 chilometri dalla centrale di Cernobyl.

Esaminando con maggior dettaglio la situazione radiologica nei vari siti studiati appare in maniera chiara la differenza tra le aree urbanizzate e quelle rurali, ma è altresì evidente che il problema della contaminazione è ancora una realtà diffusa.
Nella città di Gomel, capoluogo della regione omonima in cui vivono circa 600.000 abitanti, oltre alle misure di dose sono stati eseguiti anche alcuni rilievi di spettrometria gamma in campo, uno nel parco della città e l’altro nel piazzale dell’Hotel Tourist, e un prelievo di particolato atmosferico.
Il complesso di questi rilievi porta a ritenere sostanzialmente normale la situazione radiologica della città: pur essendo infatti ancora facilmente riscontrabile la presenza di Cs 137 (e anche Cs 134), i quantitativi misurati non sono tali da fornire una dose apprezzabile per la popolazione.Diversa la situazione rilevata a Bartalamevska, un villaggio situato poche decine di chilometri a nord di Gomel, dove la popolazione era stata a suo tempo evacuata, ma dove vivono però ancora alcuni anziani contadini che non hanno voluto abbandonare le proprie abitazioni. I livelli di dose misurati nei dintorni del villaggio sono risultati piuttosto elevati con valori sempre superiori a 1.000 nSv/h.
Per quanto concerne invece la contaminazione da Cesio, anche a Braghin i risultati della spettrometria gamma sui campioni di suolo evidenziano sia per il Cs 137 che per il Cs 134 una contaminazione pressoché costante, indipendentemente dalla profondità a cui è stato preso il campione, che si attesta attorno ai 6.000-8.000 Bq/kg. Ciò dimostra che anche quest’area è stata soggetta a parziale “bonifica”, mescolando in profondità il suolo e/o aggiungendo terra meno contaminata. Si può stimare che se la distribuzione della radioattività in questo luogo fosse stata “naturale”, cioè non si fosse intervenuti con queste opere di parziale bonifica, si sarebbe registrato, anziché la dose misurata (740 nSv/h) un valore probabilmente almeno doppio. Altre misure che confermano che a Braghin la contaminazione è senza dubbio maggiore vengono dai dati relativi al foraggio, con un valore di Cs 137 pari a 225 Bq/kg al peso fresco. Anche i valori rilevati nel particolato atmosferico seppur molto basso di per sé, sono un ulteriore indice del fatto che la contaminazione in questa zona è sufficientemente consistente da essere risospesa in atmosfera in quantità misurabili. Situazione pressoché analoga si è registrata a Narovlia, una cittadina che prima dell’incidente di Cernobyl contava circa 40.000 abitanti che oggi sono ridotti a circa 15.000….

5. Le conseguenze sanitarie dell’incidente di Cernobyl

A seguito dell’esplosione verificatasi nel reattore 4 della stazione di Cernobyl e del successivo incendio che ne seguì, furono liberate nell’atmosfera sostanze radioattive per un’attività totale pari a 11 EBq (1 ExaBequerel=1018 Bequerel= 1.000.000.000.000.000.000 – 1 miliardo di miliardi – di Bequerel): una quantità enorme di radioattività se si pensa che le comuni attività impiegate per trattare certe forme di tumori difficilmente superano i 3,7×108 Bequerel.
La fuoriuscita di questi radioisotopi dai locali del reattore non si verificò tutta al momento dell’esplosione, ma si protrasse nel tempo (fino a circa il 6 maggio) sotto forma di gas, vapori, polveri e aerosol.

Fra i principali radionuclidi liberati, quelli aventi maggior impatto biologico noto erano rappresentati dallo Iodio (131-I, 132-I, 134-I, 135-I) dal Cesio (134-Cs, 137-Cs) e dallo Stronzio (89-Sr, 90-Sr). Le particelle di maggiori dimensioni ricaddero in un raggio di circa 100 chilometri dalla centrale, provocando la maggior parte della contaminazione; i gas, le polveri più sottili e l’aerosol sotto forma di “nube” vennero trasportati dalle correnti in varie parti del nostro emisfero, per poi ricadere al suolo con le precipitazioni, con una dispersione estremamente disomogenea, anche in zone limitrofe.
La dose totale di irraggiamento e contaminazione è stata così determinata da quattro fattori:
dose nube: dovuta alla esposizione diretta alla nube radioattiva;
dose inalata: dovuta alla inalazione dei radionuclidi, in parte espirati e in parte trattenuti nelle vie respiratorie;
dose al suolo: dovuta alla radioattività depositata al suolo e su altre superfici e dipendente dal tempo di dimezzamento dei radionuclidi oltre che dal tempo di permanenza nelle aree contaminate;
dose da catena alimentare: dovuta alla ingestione di cibi e bevande contaminate.

Nelle immediate vicinanze del reattore le persone che furono colpite dalle radiazioni (la popolazione che abitava nei dintorni della centrale, il personale della centrale e i soccorritori) assorbirono una dose di radioattività dovuta alla dose nube, alla dose inalata e solo successivamente alla dose al suolo, mentre per il fall-out verificatosi anche a distanza di migliaia di chilometri dal luogo dell’incidente prevalsero le dosi al suolo e quelle da catena alimentare.
I radionuclidi dello iodio vengono assorbiti prevalentemente per via alimentare e concentrati dalla tiroide, mentre lo stronzio entra a far parte costitutiva del tessuto osseo; il cesio invece, seguendo le vie metaboliche del potassio, non viene accumulato in nessun organo in particolare e viene eliminato con le urine. Poiché il cesio 137 ha un tempo di dimezzamento di circa 30 anni, la sua presenza come contaminante ha permesso di compiere tutta una serie di rilevazioni dosimetriche sia ambientali (suolo, alimenti e acque) che sull’uomo, anche a distanza di diversi anni dal 1986 (cosa impossibile per lo iodio che al massimo ha un tempo di dimezzamento di 7 giorni). Rilevazioni dosimetriche su campioni urinari di bambini provenienti da zone a elevata contaminazione (37.000 kBq/Kmq) rivelarono la presenza di radioattività da 137-Cs pari a circa 60 Bq/L contro i 3-4 Bq/L dei controlli. Dopo un soggiorno di circa 30 giorni in ambiente non contaminato i valori di radioattività rilevabili nelle urine diminuivano di circa il 50%.

Il personale in servizio alla centrale, i vigili del fuoco intervenuti per contenere l’incendio e i primi liquidatori che intervennero per cercare di contenere la contaminazione furono i più esposti alle radiazioni. In effetti le prime vittime dell’incidente furono tre operatori: il primo che fu investito direttamente dall’esplosione e morì immediatamente per le lesioni riportate, il secondo che morì per infarto miocardico e il terzo a seguito delle ustioni riportate. Nella settimana successiva furono ricoverati negli ospedali limitrofi 237 liquidatori (vigili del fuoco, personale civile e militare) intervenuti nell’impianto per limitare le conseguenze dell’incendio; in base alla gravità dei sintomi presentati i pazienti furono suddivisi in 4 categorie:
Decessi riportati nel gruppo di 237 liquidatori ricoverati per malattia acuta da radiazioni (NEA-OCSE)
N. pazienti Dose stimata al corpo intero (Gy) N. decessi
21 6-16 21
21 4-6 9
55 2-4 1
140 <2 0

Tutti i pazienti manifestarono sintomi caratterizzati tipicamente da diarrea, febbre, vomito e successivamente comparsa di lesioni cutanee e difficoltà respiratorie; dapprima furono colpiti quelli che avevano ricevuto le dosi maggiori e che morirono quasi tutti nei giorni immediatamente successivi al ricovero. Nei sopravvissuti del secondo gruppo si verificò una gravissima riduzione delle difese immunitarie che rese necessario il trapianto del midollo in 13 pazienti con risultati non soddisfacenti (circa un terzo morì nonostante le cure prestate mediante personale esperto convocato anche da paesi occidentali fossero di elevatissimo livello). In totale quindi 31 persone morirono per gli effetti immediati dell’incidente.
Se si osserva la composizione delle sostanze radioattive liberate dall’esplosione del reattore (fig.2) appare che il contributo maggiore alla radioattività è stato quello dovuto allo iodio; da ciò si intuisce che la tiroide, che concentra al suo interno lo iodio per produrre ormoni tiroidei, è stato l’organo più colpito dagli effetti tardivi del fall-out.Nei meccanismi di sintesi degli ormoni tiroidei (T3 e T4) lo iodio costituisce l’elemento costitutivo fondamentale; tuttavia questo elemento è scarsamente presente in natura e viene assunto dall’organismo prevalentemente con la catena alimentare e, in misura assai minore, con la respirazione. In molti Paesi, e fra questi anche la Bielorussia, esiste una condizione di insufficiente apporto iodico alimentare che rende le tiroidi particolarmente “avide” di questo elemento; quando, a seguito dell’esplosione del reattore 4, vennero liberate enormi quantità di iodio radioattivo, questo fu rapidamente concentrato dalle tiroidi delle persone esposte alla contaminazione.

A parità di radioattività trattenuta, la quantità di dose è inversamente proporzionale alla sua massa, cioè tiroidi di minori dimensioni ricevono in proporzione maggiori quantità di dose e inoltre le tiroidi dei bambini, per motivi fisiologici, sono capaci di concentrare maggiori quantità di iodio; da ciò ne deriva che le tiroidi dei bambini bielorussi che nel 1986 erano appena nati o che avevano un’età inferiore a 6 anni furono quelle che ricevettero dosi di radioattività maggiori.
A distanza di soli 4 anni dall’incidente di Cernobyl, molto prima di quanto ci si attendesse, in Bielorussia si iniziò a osservare un aumento della prevalenza di carcinomi tiroidei nei bambini, con un incremento dallo 0,03 a 3 casi all’anno di cancro della tiroide su 100.000 bambini. Il 98% di questi tumori fu osservato in bambini di età inferiore ai 10 anni ed il 65% dei bambini aveva meno di 5 anni di età; alcuni casi di tumore maligno della tiroide furono registrati in bambini che erano ancora in utero al momento dell’incidente.Secondo quanto affermato dalle autorità sanitarie di questo Paese prima del 1989 questo tumore era raro e presentava un’incidenza simile a quella in altri Paesi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti (circa 1% di tutti i tumori nella popolazione generale); un uguale aumento di questa patologia veniva registrato anche in Ucraina e nella Federazione Russa. L’ordine di grandezza dell’aumento di incidenza rilevato di questo tumore era tale da non poter essere attribuito unicamente a un artefatto di osservazione. Esiste infatti una forte correlazione fra la distribuzione temporale e geografica di questo tumore e la contaminazione da radionuclidi dello iodio

Appare comunque evidente che l’incremento dei tumori della tiroide in queste zone è dovuto alla esposizione alle radiazioni e in particolare all’assorbimento degli isotopi radioattivi dello iodio rilasciati dal reattore, costituiti in massima parte dal 131-I e in misura minore da altri isotopi dello iodio a breve tempo di dimezzamento i cui effetti sull’organismo umano non sono completamente noti….

In conclusione si può affermare che:
1. 31 persone morirono immediatamente dopo l’incidente e circa 137 furono trattate per una sindrome acuta da raggi;
2. il destino di molti liquidatori non è noto e non sappiamo pertanto con certezza se per coloro che sono deceduti la causa del decesso sia effettivamente dovuta agli eventi collegati alla loro attività nelle aree contaminate;
3. si è assistito a un reale e significativo aumento dei casi di tumore della tiroide, in modo particolarmente evidente nei bambini. Per quanto riguarda le forme diagnosticate negli adulti non è certo se la maggior prevalenza rilevata sia dovuta a un reale aumento dell’incidenza o a una maggiore capacità diagnostica indotta dalla aumentata attenzione nei confronti di questa patologia
4. i tumori indotti da questo fall-out nella popolazione giovanile hanno un atteggiamento biologico generalmente più aggressivo rispetto alle forme spontanee e si manifestano con una precoce comparsa di metastasi a distanza;
5. il periodo di latenza fra la esposizione alle radiazioni e la comparsa dei tumori è stato più breve rispetto a quanto atteso;
6. non si è verificato alcun significativo aumento scientificamente comprovato di leucemie, malformazioni fetali, anomalie congenite o di altre manifestazioni patologiche indotte dalle radiazioni sulla popolazione esposta al fall-out;
7. pur essendosi verificato un fall-out non trascurabile nei Paesi della Cee che può aver determinato una dosimetria capace di indurre un minimo numero di tumori tiroidei, esso è assolutamente irrilevante rispetto alla insorgenza spontanea di questo tumore.

5.1 Problematiche socio-economiche

Nonostante gli enormi sforzi di trasferimento della popolazione di queste aree, sui terreni inquinati vivono ancora centinaia di migliaia di abitanti, fra cui 500.000 bambini, gran parte dei quali con problemi di salute già dalla nascita. Una zona di 6.000 chilometri quadrati è considerata inidonea a qualunque utilizzo economico. Gli abitanti che vivono nelle zone contaminate non hanno praticamente nessuna prospettiva: una situazione che favorisce l’insorgenza di svariati problemi sociali di cui diremo più avanti.
Negli ultimi anni nella regione di Gomel l’uso dei principali prodotti alimentari e agricoli, per ogni abitante, è diminuito. L’uso di frutti e bacche, raffrontato al 1985, è diminuito di 22 chilogrammi, di carne e derivati di 11, di uova di 20 pezzi, di latte di 35 chilogrammi e così via. Rapportato alle norme fisiologiche di assunzione, il più basso livello riguarda la frutta (- 40 chili), la verdura (-39 chili), il latte (-29 chili), la carne e i suoi derivati (-21 chili). Ma oltre alla quota assoluta è diminuita nella dieta dei bielorussi anche la quota percentuale di alimenti vitali come la carne (1,6 punti), olio (0,7 punti), verdure (1,3 punti), prodotti ittici (0,2 punti). Si è osservato un aumento percentuale di vendita del pane e dei suoi derivati di 2 punti, delle patate di 0,5 punti e di altri alimenti meno cari, ma con meno calorie. Tutto ciò dipende fondamentalmente dalla diminuzione del livello di vita della popolazione della regione, così come in tutta la Repubblica. In stretta correlazione è pure l’aumento delle patologie tipiche della povertà, quali la tubercolosi e la difterite. Inoltre la crisi economica sta creando flussi migratori verso i villaggi abbandonati, trasformandoli in centri di accoglienza per coloro che fuggono dalla miseria o da altre zone dell’ex Unione Sovietica. Si sta modificando la preesistente coesione dei rapporti sociali e si sta insinuando una generale, lenta, ma sempre più diffusa perdita di autostima sociale, soprattutto nelle fasce culturalmente più povere e nei giovani.

Non solo, ma dal 1986, anno della catastrofe, a oggi, la popolazione nelle province contaminate è andata progressivamente aumentando di numero e nei villaggi semievacuati si sono stabiliti moltissimi nuclei familiari provenienti da stati dell’ex Urss dove la situazione è – se possibile – ancora più drammatica, segnata magari da conflitti etnici o guerre vere e proprie: osseti, ingusci, ceceni, cabardino balcari. Queste persone, sprovviste di passaporto bielorusso, sono prive di qualunque garanzia sociale o economica: scuola, lavoro, assistenza sanitaria, pensione, i modesti sussidi che vengono destinati alle zone contaminate sono loro preclusi. I loro bambini, per esempio, non possono ricevere il visto per i progetti di risanamento all’estero ma, non essendo bielorussi, neppure possono usufruire dei periodi di risanamento organizzati nei “sanatori” del Paese. Qualche parola va spesa per il sistema scolastico che, fra mille difficoltà, rappresenta forse l’unica istituzione ancora in grado di dare risposte efficaci, facendosi carico dell’enorme disagio della popolazione in età scolare. Insegnanti mal pagati, ma generalmente motivati e capaci, esercitano spesso un ruolo di supplenza e mediazione rispetto alla famiglia e alle istituzioni, diventando così – soprattutto nei villaggi e nelle campagne – l’unico punto di riferimento per molti bambini.

Un Paese, quindi, con una produzione industriale ridotta ai minimi termini, l’agricoltura fortemente compromessa dalla contaminazione del terreno così come l’allevamento del bestiame, e un sistema governato in modo ottusamente burocratico che certamente non agevola l’iniziativa privata e gli investimenti esteri.
Gli esperti della banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) osservando la crescita economica (novembre 2004), hanno individuato possibili problemi per l’economia bielorussa in futuro, legandoli ai seguenti fattori: l’economia di mercato che non cresce; l’alto livello delle spese statali; la bassa quota del settore privato (il 25% secondo le stime degli esperti della Bers); l’alta inflazione; i tempi lenti della privatizzazione; l’alta pressione fiscale; l’alta quota delle imprese in perdita (circa il 34%).

L’alcolismo è un fenomeno endemico, fortemente radicato in larghe fasce della popolazione senza distinzioni di censo, età o sesso. Fenomeni di disgregazione familiare sono la regola e non l’eccezione e gli orfanotrofi contano migliaia di piccoli ospiti. Per la gente comune, le condizioni di vita sono difficili anche per la sempre crescente inflazione; inoltre, in questi Paesi, sono diffuse forme di precarietà occupazionale, e sono altresì frequenti casi di lavoratori che non vengono retribuiti per lunghi periodi.
Per capire meglio questa situazione di estremo disagio, basti citare un esempio illuminante: il sistema del welfare bielorusso prevede, per le donne che hanno partorito, un periodo retribuito di tre anni dopo la nascita del figlio, sia che la donna lavori sia che non abbia una occupazione. Ebbene, molte donne sole, vedove o separate, senza un lavoro, fanno figli con un uomo qualunque pur di accedere a questa modesta provvidenza. E dopo tre anni, magari, un altro. Figli spesso senza un futuro, senza una prospettiva, mezzo e non fine, strumenti per sopravvivere a una condizione di difficoltà calpestando sentimenti e dignità.

Sulla carta, i piani statali incrementeranno nei prossimi 5 anni i finanziamenti finalizzati all’eliminazione delle conseguenze della catastrofe di Cernobyl. Il programma prevede una spesa fino a 3,3 miliardi di rubli, il 40% in più rispetto agli scorsi 5 anni e la maggior parte dei soldi sarà indirizzata alla riabilitazione sociale ed economica dei territori contaminati. Quasi la metà della somma dichiarata sarà utilizzata per il controllo dell’alimentazione dei bambini nelle scuole, per i trattamenti medici e rigenerativi; più del 30% invece sarà speso in progetti di protezione della popolazione dalle radiazioni. Rispetto ai 2.000 radionuclidi presenti negli alimenti dopo l’incidente nucleare, la quantità di questi è diminuita di 12 volte .

Saranno effettuati un certo numero di cambiamenti alla legislazione relativa al disastro di Cernobyl. Attualmente oltre un milione di bielorussi vive nel 20% dell’area contaminata. I compensi alle persone che hanno subito le conseguenze della catastrofe di Cernobyl saranno aumentati. Il numero di questi ammonta a 11.242 unità solo per la Bielorussia (già questo dato, assolutamente incongruo, è indicativo della volontà di prendere seriamente in considerazione – una volta per tutte – la reale situazione). Questa categoria di persone dovrà sottoporsi annualmente a test medici ma gli specialisti affermano che gli indicatori della salute della popolazione andranno gradualmente a stabilizzarsi.

Negli ultimi 20 anni, sostengono le fonti ufficiali, sono stati spesi quasi 18 miliardi di dollari per eliminare le conseguenze della catastrofe di Cernobyl. Un centro medico unico nel suo genere è stato costruito a Gomel e si è provveduto a equipaggiare adeguatamente dozzine di ospedali della regione.
Questo sulla carta e nei proclami della “nomenklatura”, perché gli ospedali sono in condizioni disastrose, i controlli sugli alimenti, ormai da tempo, non hanno un’organicità e si è ripreso a coltivare intensivamente i terreni contaminati”.Da uno studio di Legambiente: “Fin dall’inizio del diciannovesimo secolo l’economia mondiale si è basata sull’utilizzo dei combustibili fossili come il petrolio, il gas o il carbone, ritenuti tutto sommato “economici”. Oggi, tuttavia, con un aumento costante e incontrollato del prezzo del greggio, i paesi del G8 sono sempre più preoccupati per gli effetti di questa crescita sull’economia. La crisi derivata dalla diminuzione delle scorte di petrolio, anche in conseguenza del massiccio ricorso al petrolio delle economie in via di rapido sviluppo come la Cina e l’India, ha riacceso il dibattito sul futuro dell’energia nucleare. Contemporaneamente i sempre più evidenti cambiamenti climatici che la comunità scientifica internazionale attribuisce, ormai quasi all’unisono, all’eccessivo consumo di carburanti fossili, hanno rinnovato l’interesse, soprattutto in Europa, per l’utilizzo dell’energia nucleare come fonte alternativa.
Cernobyl è ormai lontana nel tempo, e di anno in anno l’attenuarsi dell’attenzione dell’opinione pubblica – spesso anche delle stesse organizzazioni ecologiste – creano le condizioni per il riaffacciarsi dell’opzione nucleare come soluzione “conveniente” e sicura ai problemi di un consumo energetico in costante crescita. A ottobre 2005 nel continente europeo erano presenti 204 reattori nucleari, con una potenza netta elettrica installata di 171.997 MWe, mentre 8 nuove unità erano in costruzione, per potenza netta elettrica installata di 7.930 MWe.

Nei Paesi dell’Unione Europea, nel 2004, il 35% dell’elettricità era generato dall’energia nucleare: Francia in testa con il 78%, seguita da Belgio (55%), Svezia (52%), Germania (31%). La produzione di elettricità dall’energia nucleare ammontava al 72% in Lituania, al 55% nella Repubblica Slovacca e al 38% in Slovenia, che si accingevano a entrare nella Ue.
L’autorità che insieme agli stati nazionali gestisce e controlla gli impianti atomici per uso civile è la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Il trattato che ne ha sancito l’istituzione, firmato a Roma nel 1957, nasce dalla carenza di energia dei sei Stati fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi) che li spinge a cercare nell’energia nucleare il mezzo per conseguire l’indipendenza energetica, attraverso la creazione di un soggetto giuridico che garantisca un approccio armonizzato alla gestione del settore.
In generale, il trattato mira a sviluppare programmi di ricerca oltre che a contribuire alla formazione delle industrie nucleari europee, garantendo allo stesso tempo elevati standard di sicurezza e la finalità civile degli impianti. Lo schema istituzionale del trattato Euratom è, in linea di massima, simile a quello del trattato Cee basato sul “triangolo istituzionale” formato dal Consiglio, dalla Commissione e dal Parlamento europeo, che sono responsabili dell’attuazione del patto. A differenza del trattato Ce, quello che regola l’Euratom non è mai stato oggetto di grandi modifiche, anche se oggi 5 Stati membri (Germania, Irlanda, Ungheria, Austria e Svezia) hanno proposto una conferenza intergovernativa per aggiornarne le disposizioni generali. Tuttavia è quantomeno singolare che, nonostante l’adozione del trattato costituzionale, il trattato Euratom resti in vigore: la Comunità europea dell’energia atomica infatti non si è ancora fusa con l’Unione europea e mantiene una personalità giuridica separata, pur condividendo le stesse istituzioni.

Con l’allargamento dell’Unione e l’ingresso di molti Paesi dell’Est le istituzioni europee si trovano di fronte alla necessità di garantire nuovi standard di sicurezza. D’altra parte i numeri parlano chiaro e in questi Paesi sono attivi 26 impianti nucleari per un totale di 79 reattori, di cui 39 con un tempo di vita che va dai 20 ai 33 anni, realizzati con le obsolete tecnologie sovietiche (Rbmk e Vver), e altri 9 in costruzione. È questo il “fardello” dell’energia atomica portato dai Paesi dell’Est nel panorama dell’attuale Europa a 25 cui si aggiunge il contributo portato dai candidati a entrare con il prossimo allargamento (Romania e Bulgaria sono in fase di pre-adesione e la loro ammissione è prevista per il 2007). Già l’ingresso nell’Unione Europea nel 2004 per molti di essi – Lituania, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Ungheria, Slovenia – ha richiesto un impegno da parte dei nuovi aderenti al fine di rispettare le norme di sicurezza e un’assunzione di responsabilità per la chiusura dei reattori più vecchi. Milioni di euro sono stati e saranno investiti in questi anni proprio per lavori di ammodernamento, messa in sicurezza o chiusura. D’altronde questa è stata proprio una delle condizioni necessarie per l’adesione all’Unione Europea….

Reattori nucleari operativi e in costruzione nell’ottobre 2005 nel continente europeo.

Paese Reattori
operativi Capacità
in MWe Reattori
in construzione Capacità
in MWe
Belgio 7 5.801 – –
Bulgaria 4 2.722 – –
Federazione Russa 31 21.743 4 3.775
Finlandia 4 2.676 1 1.600
Francia 59 63.363 – –
Germania 17 20.389 – –
Lituania 1 1.185 – –
Paesi Bassi 1 449 – –
Regno Unito 23 11.852 – –
Repubblica Ceca 6 3.528 – –
Repubblica Slovacca 6 2.442 – –
Romania 1 655 1 655
Slovenia 1 656 – –
Spagna 9 7.585 – –
Svezia 10 8.869 – –
Svizzera 5 3.220 – –
Ucraina 15 13.107 2 1.900
Ungheria 4 1.755 – –
Totale 204 171.997 8 7.930

I reattori nucleari presenti in Europa

La produzione di energia nucleare, così come anche la fabbricazione di armi atomiche e la loro dismissione, comporta un accumulo di materiale fissile altamente radioattivo. I processi che vanno dall’estrazione dell’uranio, alla sua trasformazione e al cosiddetto decommissioning, cioè lo smantellamento degli impianti nucleari, rappresentano operazioni che implicano tutte problemi di sicurezza poiché prevedono passaggi delicati che possono rilasciare notevoli quantità di residui radioattivi e che rappresentano l’eredità non certo gradita dell’utilizzo del nucleare. Soprattutto se, come spesso accade, questi materiali non sono nemmeno adeguatamente custoditi.
In questo percorso, un primo rischio è quello che investe la salute dei lavoratori e che riguarda le stesse miniere di uranio. Può accadere che, se non sono presenti sistemi idonei di ventilazione, vengano inalate quantità pericolose di polveri e di radon, un gas nobile emesso dall’uranio, incolore, inodore e molto radioattivo. Sempre in fase estrattiva si assiste già a processi di separazione dell’uranio da altri materiali e in questi casi si possono accumulare residui molto nocivi. Di solito vengono stoccati direttamente in luoghi vicini alle miniere che siano in grado di garantire standard di sicurezza adeguati e che consentano di preservare l’ambiente circostante da un contatto diretto con gli scarti.
Spesso però questo aspetto è stato sottovalutato tanto che in molti casi lo stoccaggio di materiale non presenta nemmeno gli standard minimi di protezione. Come è avvenuto per tanti anni nell’ex Unione Sovietica o negli Stati Uniti: questa negligenza ha fatto sì che solo per le attività legate all’estrazione della materia prima l’ex Urss abbia accumulato 5 miliardi di tonnellate di scarti radioattivi con conseguente inquinamento dell’area interessata .

Un altro rischio è quello legato alla trasformazione dell’uranio. Questo elemento è presente in natura sottoforma di vari isotopi: in percentuale altissima di U238 (99,3%), diU235 per lo 0,7% e di U234 in misura inferiore allo 0,01%. Allo stato naturale l’uranio non è direttamente utilizzabile per scopi nucleari, necessita quindi di una serie di trattamenti che prevedono l’aumento della concentrazione dell’isotopo 235 rispetto al più comune ma meno radioattivo 238. Questo processo, detto di arricchimento, porta contestualmente alla produzione di altri materiali fissili, tra i quali anche l’uranio impoverito, con il conseguente aumento della generazione di sostanze radioattive. In questa fase è opportuno considerare un fattore che rende difficile il controllo delle quantità di uranio arricchito e impoverito “in giro per il mondo”: entrambi vengono usati in applicazioni civili e militari ma non c’è una netta linea di demarcazione nel loro impiego in quanto esiste una permeabilità nell’ambito del loro utilizzo. Ad esempio l’uranio arricchito può essere adoperato come combustibile nei reattori nucleari civili ma anche come combustibile nei reattori dei sottomarini e delle portaerei militari a propulsione nucleare. E l’uranio impoverito trova applicazione per la schermatura dalle radiazioni (anche in campo medico), come contrappeso in applicazioni aerospaziali, per le superfici di controllo degli aerei (alettoni e piani di coda) ma è noto anche il suo uso nella fabbricazione di proiettili (con le conseguenze sanitarie che stanno emergendo dopo la guerra nel Golfo e quella nei Balcani ). Questa commistione di usi rappresenta un ulteriore elemento di criticità per il controllo e la sicurezza delle sostanze radioattive accumulate. Ciò rende evidentemente assai difficile anche per l’Aiea costruire un bilancio reale e avere la garanzia che tutto il materiale fissile prodotto rimanga in luoghi custoditi o che venga utilizzato a soli scopi civili.
A questo va aggiunta l’attività normale dei reattori che di per sé porta altre notevoli quantità di rifiuti e scorie. Alcuni dati: il combustibile nucleare esaurito di un reattore “medio” – 1.000 MW elettrici- corrisponde ogni anno a circa 30 tonnellate di metalli pesanti, che variano a seconda dell’arricchimento del combustibile . Mentre il solo plutonio prodotto ogni anno ammonterebbe in totale (considerando tutti i reattori attualmente in funzione) a 70 tonnellate .
L’ultimo atto di questo lungo “percorso dell’uranio” è rappresentato dal cosiddetto decommissioning che riguarda lo smantellamento delle centrali nucleari, una volta obsolete. Un’operazione complessa che implica considerevoli oneri finanziari e problemi di sicurezza a causa del forte rischio di contaminazione radioattiva dell’area circostante al momento dello smantellamento del nocciolo del reattore, del contenitore in pressione e nella fase successiva dello stoccaggio. La procedura completa comporta oltre alla cessazione dell’attività anche la decontaminazione dei componenti della struttura, il risanamento del suolo contaminato e lo smaltimento dei rifiuti. La tappa finale è il ripristino del sito dove sorgeva la centrale in condizioni tali da consentirne il riutilizzo per altri fini: ciò significa arrivare a una situazione stabile dal punto di vista tecnico, sociale ed economico che tuteli al contempo i lavoratori, la popolazione e l’ambiente circostante. Il completamento di questa operazione può richiedere anche parecchi anni (almeno 10).
Non esiste un approccio unico per i processi di decommissioning ma le politiche dei vari Paesi sono influenzate da più fattori come le prospettive legate all’utilizzo dell’energia nucleare, le implicazioni sociali della disattivazione, la disponibilità di personale qualificato, le questioni finanziarie. È ormai riconosciuta la necessità di stabilire un budget fin dal periodo di esercizio degli impianti da destinare allo smantellamento e in tal senso sono attive linee di finanziamento proprio per questo tipo di operazioni: è fondamentale infatti che i costi siano calcolati in modo puntuale e che ci siano fondi sufficienti al momento opportuno. Nel calcolo complessivo spesso hanno un ruolo di primo ordine le spese per lo smaltimento dei rifiuti; questi ulitmi sono del tutto simili a quelli che si generano durante la normale attività, ma è anche vero che si crea pure una grande quantità di materiale di scarto con poca concentrazione di radioattività. È evidente che la gestione dei residui radioattivi è un punto chiave di queste operazioni. In Germania per esempio si calcola che il 60% delle spese di disattivazione e smantellamento sia rappresentato proprio dalla gestione dei rifiuti, anche se i materiali considerati come residui altamente radioattivi rappresentano solo una bassa percentuale (3%) di tutto quello che deriva dalla dismissione degli impianti.
Esistono diverse strategie legate al decommissioning: si parla di smantellamento immediato quando le operazioni iniziano subito dopo la fine dell’attività e le attrezzature, le parti dell’impianto e dell’edificio vengono decontaminati a un livello che permette la cessazione dei controlli normativi. I rifiuti in questo caso vengono trattati e stoccati in contenitori e trasportati in siti idonei per lo smaltimento. Altro metodo è quello del safe storage che è una sorta di messa in sicurezza dell’impianto finché non si può intervenire per la decontaminazione e lo smantellamento. Solo il combustibile radioattivo viene trattato e allontanato, mentre l’impianto rimane intatto. In questo modo, mentre la struttura è in sicurezza, alcuni radionuclidi decadono e pertanto la produzione di rifiuti finale è minore. D’altronde anche l’Aiea afferma che la generazione di rifiuti radioattivi deve essere ridotta al minimo praticabile e questa indicazione comporta che assumano un ruolo primario le operazioni di riutilizzo e di riciclo al fine di ridurre al minimo i materiali da trattare, immagazzinare e stoccare.

Un’altra strategia di dismissione è l’entombment cioè la copertura dell’impianto con una struttura in calcestruzzo sottoposta a manutenzione finché il decadimento delle sostanze radioattive non permette la fine dei controlli normativi. Ma dato che quest’ultimo metodo non è spesso applicabile, finisce che l’entombment si trasforma in un safe storage prolungato .
Tutto il processo che va dall’estrazione alla produzione di uranio per le centrali atomiche fino alla dismissione degli stessi impianti è scandito dunque dalla “generazione” di materiale radioattivo perché ogni passaggio chimico o fisico comporta la creazione di scarti e il problema in ogni fase è lo stesso: la loro sistemazione in luoghi protetti che ne impediscano da un lato la contaminazione del territorio circostante e dall’altro il furto da parte di organizzazioni per l’utilizzo a scopi bellici o terroristici.

Il problema dei rifiuti radioattivi

Alla fine di tutte queste operazioni quanti rifiuti radioattivi devono trovare “casa”? Partiamo intanto dalla loro classificazione, che richiede la considerazione di una serie di parametri riguardanti nello specifico il contenuto in radionuclidi, l’origine, lo stato fisico, il tipo di radiazione emessa, il tempo di dimezzamento dei radionuclidi presenti, la loro radiotossicità, l’attività specifica, l’intensità di dose, la modalità di gestione e la destinazione finale. A seconda della concentrazione di radioattività e del tempo di decadimento si parla di rifiuti a bassa (decadimento nell’ordine di alcuni mesi o al massimo qualche anno), media (decadimento nell’ordine di centinaia di anni) e alta (decadimento in migliaia di anni) attività. Secondo la Guida tecnica elaborata dall’Anpa (oggi Apat ) le principali fonti di produzione di rifiuti a bassa attività sono ospedali, laboratori di ricerca, installazioni nucleari e possono includere carta, stracci, indumenti, filtri, liquidi. Per i rifiuti a media attività invece le fonti di produzione sono le centrali nucleari, gli impianti di fabbricazione del Mox (di cui si parlerà più avanti), centri di ricerca, impianti di riprocessamento e comprendono scarti di lavorazione, rottami metallici, liquidi, fanghi, resine esaurite. I rifiuti più pericolosi sono quelli ad alta attività che sono tipici del processo di combustione dell’uranio nei reattori e sono rappresentati da prodotti di fissione e dagli attinidi transuranici (elementi con numero atomico superiore a quello dell’uranio) come il combustibile nucleare irraggiato e i residui del riprocessamento. In sostanza, quest’ultima categoria individua le cosiddette scorie che quindi sono un sottoinsieme dei rifiuti radioattivi e che, pur rappresentando una bassa percentuale del volume totale dei rifiuti, mantengono il 95% della radioattività .

Riguardo alle quantità prodotte, si calcola che attualmente nel mondo ci siano più di 250.000 tonnellate di rifiuti altamente radioattivi in attesa di essere sistemati in siti di stoccaggio. Nel 2015 secondo i dati Aiea saranno prodotte 400.000 tonnellate , mentre intorno al 2050 l’accumulo, considerando una debole attività legata all’utilizzo del nucleare, ammonterà a un milione di tonnellate . Un bel “bottino” quello che spetta alla popolazione mondiale e che ancora oggi è in cerca di una sistemazione. Il problema dei siti definitivi infatti non è stato valutato mai con la dovuta attenzione e la maggior parte dei rifiuti sono stoccati in depositi temporanei o lasciati negli stessi siti dove sono stati generati.
Al di là di questo problema legato alla sistemazione, esiste anche la necessità di rendere inutilizzabile il materiale fissile di scarto per la possibile costruzione di bombe. Questa operazione non sempre è praticabile e necessita di ulteriori trattamenti. L’uranio arricchito (Heu), per esempio, dovrebbe essere diluito convertendolo in uranio leggermente arricchito (Leu) ma si tratta di attività costose e, inoltre manca una stima esatta delle effettive quantità di questa sostanza presenti in molti Paesi. Quindi, al dil à delle difficoltà di ordine economico, nella “inattivazione” dell’uranio esiste un problema serio di “contabilità”.
Per quanto riguarda il plutonio non è possibile la diluizione con altri suoi isotopi ma può però essere trasformato nel Mox, un altro combustibile utilizzabile nei reattori elettronucleari . Questa opzione rientra anche nelle indicazioni di riciclare il più possibile le scorie, per ridurne le quantità: infatti con la produzione di Mox si riutilizzano sia uranio che plutonio di scarto. Pertanto potrebbe sembrare la scelta più idonea rispetto all’immediata sistemazione delle sostanze radioattive in contenitori e siti adeguati. Ciò non significa che la produzione di Mox porti come conseguenza l’eliminazione delle scorie: a ogni passaggio di riciclo corrisponde infatti un degrado della qualità del combustibile e quindi il riutilizzo di uranio e plutonio per la produzione di Mox può avvenire una o al massimo due volte. Di conseguenza, si formano ancora scorie che necessitano a loro volta di una adeguata sistemazione.
La grande quantità e la pericolosità di questi rifiuti rende urgente l’individuazione e la realizzazione di siti definitivi per la loro sistemazione, che si differenzino in base al grado di radioattività e al tempo di decadimento delle scorie e che garantiscano l’isolamento dalla biosfera per tutto il periodo della loro pericolosità. Tale isolamento viene solitamente realizzato tramite barriere di contenimento poste in serie, la cui funzione è di impedire la diffusione degli isotopi radioattivi verso l’esterno del deposito.
Sono circa 80 (ma destinati ad aumentare) i depositi di scorie nel mondo. La maggior parte di questi, per non dire quasi tutti, sono depositi superficiali in grado di ospitare rifiuti radioattivi a bassa (Dss) o a media (Dsi) attività, dotati pertanto di strutture più o meno ingegneristiche. Una parte sono anche depositi in cavità naturali o miniere (Dc) utilizzati anch’essi per scorie a bassa e media attività mentre la classificazione Apat parla di depositi geologici (Dg), laddove viene garantito l’isolamento per rifiuti radioattivi a media e alta attività.
Attualmente il primo e unico deposito geologico al mondo, seppure ne siano allo studio altri in diversi Paesi, è quello avviato nel New Mexico nel 1999. Si tratta di un esperimento pilota per l’isolamento dei rifiuti transuranici a media e bassa radioattività conosciuto come Wipp (Waste Isolation Pilot Plant) . Inizialmente doveva essere un sito per scorie ad alta attività ma in seguito allo scavo delle gallerie si sono messe in evidenza alcune caratteristiche geologiche “instabili” – non emerse in fase di progettazione e studio – che in un primo momento sembrava portassero alla chiusura del sito.
Successivamente, anche a causa del miliardo di dollari già speso, si è giunti alla conclusione che il Wipp potesse immagazzinare scorie di media e bassa attività. Il futuro deposito per scorie ad alta attività degli Usa sarà dunque quello dello Yucca Mountain in Nevada dove troveranno posto 70.000 tonnellate di residui radioattivi. Si tratta di un sito sotterraneo il cui costo si aggira sui 65 miliardi di dollari tra studi geologici, progetto e costruzione. Quando entrerà in funzione (si stima tra il 2010 e il 2015) vi si riverseranno i rifiuti attualmente stoccati nei depositi temporanei: per il trasporto si prevede l’utilizzo di ben 4.600 tra treni e autocarri che dovranno attraversare 42 Stati . Per avere un’idea, già i brevi focus sul Wipp e sul deposito dello Yucca Mountain mettono in luce due problematiche: l’individuazione di un luogo idoneo e gli enormi costi per la creazione dei siti e il successivo smaltimento dei rifiuti. Ma al di là degli Stati Uniti, il problema scorie è particolarmente urgente in tutto il mondo. Un altro esempio illuminante da questo punto di vista è quello della Russia. Nei primi Anni ‘90 la Duma stabilì che la Russia non poteva più importare scorie radioattive, decisione rientrata nel 2000 con una modifica alla normativa nazionale che eliminava il divieto di importazione e apriva le porte a rifiuti provenienti da tutto il mondo. Così nel 2002 il Minatom, ministero russo per l’Energia atomica, propose la zona del Mayak come luogo per lo smaltimento delle scorie prodotte da altri Paesi: 20.000 tonnellate di scorie per 20 miliardi di dollari e la Russia sarebbe diventata una grande pattumiera mondiale per i rifiuti nucleari . Ma già nel maggio 2002 il responsabile dell’Ispettorato generale russo per la sicurezza nucleare, Vishnevskyi, contestava al Minatom il programma di importazione delle scorie, e metteva in discussione la capacità della Russia di gestire in modo efficace l’importazione, lo stoccaggio, il riprocessamento del combustibile irraggiato .

Non c’è da dargli torto. Alla luce dei fatti, infierire ancora sul Mayak, che è la zona più contaminata del mondo, pare un’opzione poco ragionevole. Anche perché quest’area della Russia detiene un primato di cui fino a poco tempo fa non erano a conoscenza nemmeno i suoi abitanti. Là infatti nel 1948 entrò in funzione un complesso nucleare destinato alla fabbricazione di plutonio. Per oltre sei anni scorie liquide radioattive di medio e alto livello furono rilasciate dalla centrale nel fiume Techa, unica risorsa idrica per i 24 villaggi della zona, con la conseguente esposizione radioattiva di oltre 100.000 persone. Solo qualche anno dopo, quando le sostanze radioattive raggiunsero l’Artico, quattro villaggi furono evacuati e fu proibito l’utilizzo dell’acqua del fiume. Tuttavia, solo dopo 35 anni furono spiegati i motivi del divieto imposto per l’acqua. Una buona parte della radioattività, 10 volte maggiore di quella rilasciata in seguito all’incidente di Cernobyl, fu riversata anche nel lago Karachai, negli Urali del Sud. Ancora oggi il livello di radioattività sulle sue sponde è talmente alto che è sufficiente passare un’ora in prossimità del lago per ricevere una dose letale di radiazioni. È spontaneo a questo punto chiedersi i “costi” umani di un’operazione simile….

Il problema terrorismo

In termini di sicurezza globale gli avvenimenti dell’11 settembre hanno senza dubbio rappresentato uno spartiacque con il passato. L’attacco alle Twin Towers ha aperto infatti uno scenario nuovo o perlomeno sino ad allora sottovalutato: prima di quella fatidica data la possibile controparte per un Paese era rappresentata da un altro Paese. Da allora invece il “nemico” può essere individuato anche in organizzazioni terroristiche magari conosciute e presenti in molti Paesi, ma difficilmente identificabili.
Da quel momento si è iniziato a parlare di terrorismo nucleare come di una eventualità sempre più probabile. E già si parla di “11 settembre del futuro” come paventato dall’economista Jeremy Rifkin che ha lanciato l’“allarme bomba sporca”, cioè un ordigno nucleare sganciato non per colpire un obiettivo terrestre ma fatto esplodere in alta quota. Una deflagrazione che metterebbe fuori uso telefoni, treni, auto, aerei, acquedotti, radio: una catastrofe globale che comporterebbe un balzo indietro di almeno 100 anni.
Ma come fanno i terroristi a procurarsi le bombe o il materiale fissile necessario alla loro costruzione? Facciamo un passo indietro e proviamo ad analizzare il problema sia dal punto di vista della protezione dei materiali radioattivi che del trattato di non proliferazione: due livelli di valutazione della situazione attuale.
L’Aiea nel 2002, in occasione di una conferenza internazionale, aveva affermato che le centrali nucleari non sono in grado di resistere ad atti di guerra e che esistono impianti senza guardie a protezione dei depositi di materiale utilizzabile per la realizzazione di ordigni nucleari. Alla fine del 2003, si calcolava che fossero presenti in tutto il mondo 3.700 tonnellate di materiale fissile. E i 443 reattori presenti nel mondo potranno “offrire” nei prossimi 20 anni più di 400 tonnellate di plutonio sufficienti alla costruzione di 80.000 bombe atomiche. Ovvio che tanto materiale può rappresentare una preda appetibile per i terroristi. E gli spostamenti necessari a portare a destinazione l’uranio dopo la sua estrazione e i residui radioattivi per il loro smaltimento, sono momenti di particolare criticità sia per furti che per attentati. Per queste eventualità una soluzione potrebbe essere quella di adottare un ciclo chiuso del combustibile direttamente nei siti delle centrali. Ma spesso questo tipo di operazione non è possibile sia per problemi logistici sia per i costi molto elevati così come del resto è costoso il trattamento dell’uranio e del plutonio per renderli inutilizzabili a fini bellici o terroristici. Quindi le centrali e i depositi di materiale nucleare possono essere considerati un facile obiettivo sia per possibili attentati che per l’approvvigionamento di materiale fissile.
Che la situazione sia particolarmente pericolosa lo denuncia ancora una volta l’Aiea che, nel marzo 2005, ha organizzato una conferenza internazionale a Londra proprio sul tema della sicurezza nucleare. Quello che era stato detto nell’analogo incontro del 2002 è stato ribadito tre anni dopo: sintomo questo che non sono state approntate misure idonee. D’altronde anche la Convenzione per la protezione del materiale nucleare, entrata in vigore nel 1987, è stata sottoposta a continue revisioni soprattutto in virtù dei rapporti sul traffico illecito di materiale nucleare. Dal 1993 sono stati individuati 650 casi di traffico illegale di materiale radioattivo e solo nel 2004 un centinaio: di questi, se la maggior parte sono ritenuti non rilevanti in quanto riferiti a materia radiologica, 11 hanno però riguardato materiale nucleare. Alla luce di questi numeri la stessa Aiea ha più volte denunciato la necessità di una legislazione comune a livello mondiale e di misure di sicurezza più incisive che risultano a oggi ancora insufficienti nonostante gli sforzi degli ultimi anni. Da settembre 2001 sono state effettuate oltre 100 missioni di valutazione e altrettanti seminari e corsi di formazione e l’Aiea ha ricevuto dai Paesi aderenti ben 35 milioni di dollari da spendere sul fronte della sicurezza nucleare. Ma questi impegni rischiano di vanificarsi se non c’è la volontà da parte degli Stati di lavorare congiuntamente su questo versante. Che non si vada in questa direzione lo si capisce ancora meglio prendendo in esame il trattato di non proliferazione.

Ma occorre fare una premessa indispensabile: esiste un rapporto e una corrispondenza intrinseca tra nucleare militare e civile, nel senso che durante la produzione di energia le centrali forniscono anche materiale radioattivo utile per la costruzione di bombe. Pur essendo consolidata questa prassi, si può affermare anche che la reale quantità di plutonio e uranio arricchito prodotto può essere facilmente sottratta ai controlli dell’Aiea perché, ad esempio, nel ciclo di sfruttamento dell’uranio non c’è un netto limite tra il suo utilizzo a scopi civili e militari. Tutto a vantaggio di una ulteriore possibilità di fabbricazione “non ufficiale” di ordigni. In generale, la capacità di realizzare bombe atomiche non è circoscritta ai soli Paesi industrializzati: già nel 1976 negli Stati Uniti veniva lanciato l’allarme rispetto alla possibilità che molte nazioni, non solo quelle più avanzate, ormai avessero acquisito, tramite i programmi per l’energia nucleare, le capacità per costruire armi di questo tipo. E in tempi più recenti si è parlato di “proliferazione latente” legata a Paesi come la Germania e il Giappone ma anche ad altre nazioni, che hanno accumulato quantitativi consistenti di materiale radioattivo dalle centrali termonucleari esistenti sui propri territori. In questo contesto un ruolo fondamentale di controllo e di contenimento doveva essere quello legato al trattato di non proliferazione, firmato nel 1968 per conseguire un progressivo disarmo totale. Obiettivo più che meritorio, purtroppo però non perseguito sino in fondo. In seguito alla fine della guerra fredda sono state ritirate dal servizio un gran numero di testate nucleari. Ma nessuno sa quante di queste siano state smantellate e quale sia la quantità di materiale radioattivo effettivamente recuperata. Per fare un esempio, sappiamo che i russi dispongono di almeno 500 tonnellate di uranio fortemente arricchito e di 50 tonnellate di plutonio che «non sono più utilizzate per le necessità della difesa del Paese». Si tratta di materiale fissile utile per la costruzione di migliaia di bombe attualmente “custodito” in ambienti non protetti e senza condizioni di sicurezza adeguate: altro materiale dunque, oltre a quello esausto delle centrali, di facile accesso per i terroristi.

Il trattato di non proliferazione – in particolare dopo l’ultima revisione del maggio 2005 – può rappresentare quindi anziché una garanzia di effettiva dismissione del ricorso alle armi nucleari in caso di conflitti o di azioni terroristiche, un vero e proprio invito a fare il contrario.
Salutata da chi vi vedeva una reale possibilità di abbandono delle armi come un totale fallimento, la revisione ha avuto in realtà come obiettivo primario, non tanto la messa al bando degli armamenti, quanto l’individuazione di strategie al fine di impedire che armi atomiche entrassero in possesso dei cosiddetti “stati canaglia” o di organizzazioni terroristiche. Questa priorità non era quella degli Stati aderenti al trattato, quanto quella di alcuni Paesi, primi fra tutti gli Stati Uniti. Una situazione che evidenzia da un lato una riduzione-fantasma degli armamenti, dato che è semmai da considerarsi un ammodernamento delle forze attuali, dall’altro lo studio di ordigni più sofisticati per “fronteggiare” il terrorismo potrebbe avere come conseguenza paradossale quello di alimentarlo.
Di fatto questa posizione assunta dagli Stati Uniti in materia di armamenti porterà altri Stati ad adottare le stesse misure: molti Paesi appronteranno nuovi programmi nucleari e il rischio che materiale fissile arrivi nelle mani di terroristi o dei cosiddetti “stati canaglia” aumenterà. Il clima di tensione che si è instaurato per gli attacchi terroristici nel mondo occidentale e l’allarmismo che ne è spesso derivato è stato utilizzato, in primo luogo dagli Usa, per motivare la guerra contro l’Afghanistan prima e poi contro l’Iraq e per giustificare il mantenimento se non addirittura il potenziamento degli armamenti. Nei fatti questo tipo di politica non ha ottenuto altro che aumentare i rischi reali di terrorismo. E dal momento che la proliferazione delle armi aiuta anche i terroristi, gli Stati Uniti non possono chiedere di ridurre gli arsenali senza dare per primi il buon esempio.
Lo stesso direttore dell’Aiea, Mohammed El Baradei, nel novembre 2005 aveva affermato che «la serietà nel mantenere gli impegni di disarmo sarebbe misurabile in positivo se gli Stati in possesso di armi nucleari agissero verso la riduzione del ruolo strategico attualmente dato alle armi nucleari».

Sappiamo che non è così. Lo stesso trattato di non proliferazione racchiude in sé una profonda contraddizione, perché se da un lato ha permesso di ridurre gli armamenti di circa la metà rispetto agli Anni ‘80, dall’altro con le 30.000 testate stimate nel 2005 possedute dai vari stati, conserva la capacità di cancellare dalla faccia della terra la specie umana e ogni altra forma di vita. Cambiano i numeri ma il risultato in caso di guerre sarebbe lo stesso.
Alla luce di questi dati, per scongiurare il rischio di attacchi terroristici l’unica strada possibile appare il disarmo totale. Ma il terrorismo non è l’unico pericolo legato all’uso dell’energia atomica sia in campo civile che militare. Dunque la lezione di Cernobyl, le cui conseguenze sono tuttora un’amara realtà per milioni di persone, sembra che non sia stata percepita in tutta la sua gravità; in parte probabilmente per la carenza di informazioni e in parte per quelli che sembrano essere gli orientamenti più attuali di alcuni settori della stessa Unione Europea in materia di nucleare. L’opzione nucleare torna a presentarsi come soluzione “conveniente” e lo fa sempre meno timidamente. I pretesti sono diversi e vengono abilmente presentati a seconda delle circostanze: ora è il pericolo black-out, ora la strumentale attenzione al rispetto degli accordi di Kyoto. Ma il problema della sicurezza resta e, dopo l’attentato dell’11 settembre, riguarda anche il terrorismo. Infine resta una questione cruciale ancora irrisolta: come smaltire, o almeno mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi che l’industria militare e civile producono? È su questo tema che nei prossimi anni la comunità internazionale dovrà dare finalmente una risposta concreta.

Appendice
L’energia atomica nel continente europeo

Belgio
In Belgio, le prime centrali nucleari destinate alla produzione d’elettricità sono state progettate nel 1968, e 7 anni più tardi sono stati collegati alla rete i primi tre reattori: due a Doel e uno a Tihange. La crisi petrolifera degli Anni ‘70 ha poi dato un forte impulso al nucleare, e così tra il 1982 e il 1985 sono stati messi in servizio due reattori supplementari in ogni centrale, per un totale di 7 reattori nucleari (4 a Doel e 3 a Tihange) che nei decenni successivi hanno garantito al Belgio una produzione di energia compresa tra il 50 e il 60% del fabbisogno interno. Nel 1998 una moratoria ha vietato la costruzione di nuove centrali sul territorio belga e l’anno successivo il governo ha presentato un progetto di dismissione delle centrali esistenti. Il progetto di legge è stato approvato nel 2003 e prevede che le centrali debbano essere smantellate dopo 40 anni di attività: questo significa che tra il 2015 e il 2025 il Belgio sarà totalmente uscito dall’esperienza nucleare. Sul fronte degli incidenti, non sono stati molti i problemi legati all’industria elettronucleare. Negli Anni ‘90 gli eventi più drammatici sono stati 4: un’avaria nel sistema di raffreddamento all’impianto di Doel nel 1990 e al sistema di controllo nel 1997, un errore tecnico con conseguente spegnimento del reattore a Tihange nel 1991 e un’esplosione non grave nel 1996.

Bulgaria
La Bulgaria possiede un unico impianto nucleare, la centrale di Kozloduy, attrezzata con 4 reattori di prima generazione Vver-400/230 e due di terza generazione Vver-1000/320. Di questi, solo 4 sono attualmente funzionanti. La loro attività assicura circa il 48% dell’elettricità consumata nel Paese. Tra i reattori di prima generazione, i primi due sono entrati in funzione nei primi Anni ‘80 e sono stati chiusi nel dicembre 2002 (anziché nel 1998, come previsto) mentre gli altri verranno definitivamente disattivati nel corso del 2006. Si tratta di impianti realizzati con le ormai superate tecnologie sovietiche e altamente pericolosi. Nel giugno 2001 invece sono partiti i lavori per l’ammodernamento dei due reattori che resteranno attivi, le unità 5 e 6. Processo avvenuto grazie all’erogazione di ingenti finanziamenti comunitari attraverso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Berd), necessari alla Bulgaria per gestire la modernizzazione della centrale e le conseguenze sociali ed economiche della dismissione di 4 unità. Da sempre legato alla Russia per la gestione delle scorie, il Paese è oggi alla ricerca di una soluzione al problema attraverso la creazione di una speciale società pubblica per la gestione dei rifiuti radioattivi. Nel 2002 è stato rispolverato un vecchio progetto del 1990 per la realizzazione di una nuova centrale nella zona di Béléne, ritenuta da molti estremamente pericolosa a causa del rischio sismico.

Federazione Russa
In Russia circa il 12% dell’elettricità viene prodotto da impianti nucleari, che costituiscono ancora oggi una delle principali fonti di occupazione per il Paese, che vede direttamente impiegati oltre 300.000 dipendenti. I reattori in funzione, suddivisi in 10 centrali, sono 31. Di questi, 15 sono di tipo Vver e altrettanti di tipo Rbmk, mentre uno è di tipo Fbr. La Russia è il solo Stato dell’ex Unione Sovietica coinvolto in tutti gli aspetti dell’energia nucleare, dall’estrazione dell’uranio alla progettazione di impianti, alla produzione di energia e al trattamento del combustibile esaurito. Pertanto il problema sicurezza è particolarmente serio. Ma nonostante la cooperazione, nell’ambito di numerosi progetti Tacis, tra esperti russi ed europei, spesso sono emerse forti differenze d’impostazione in materia di sicurezza nucleare. Ciò è confermato dalla difficoltà di dialogo, nel quadro del G7, su questioni nucleari e dalla violazione, da parte della Russia, di importanti disposizioni dell’accordo sul Fondo di sicurezza nucleare gestito dalla Bers. In particolare la riattivazione dell’impianto Kursk 1 (a tecnologia Rbmk) senza un’adeguata valutazione della sicurezza, e il mancato rispetto delle procedure per la disattivazione dei reattori della prima generazione Vver-440/230, il cui funzionamento è stato protratto oltre la durata di 30 anni prevista in origine. Il governo russo, che completerà nei prossimi anni la costruzione di 4 nuovi impianti, prevede a lungo termine la creazione di una nuova generazione di reattori nucleari. Intanto, anche a causa dei problemi economici del Paese, le centrali non rispettano gli standard previsti, né il personale (spesso per lunghi periodi senza stipendio) riceve un’adeguata formazione, mentre i depositi per lo stoccaggio delle scorie radioattive sono ormai saturi e in cattive condizioni di sicurezza in tutte le dieci centrali, e ancora oggi non esiste un deposito unico per il combustibile prodotto dai reattori Rbmk. La Russia può anche “vantare” il primato dei tre siti più contaminati al mondo, Seversk, Mayak e Zheleznogorsk. La zona del Mayak è conosciuta come la più contaminata del pianeta e nonostante ciò nel 2001 il ministero russo dell’Industria atomica (Minatom) ha proposto questo sito come sede per lo smaltimento di scorie e rifiuti radioattivi provenienti da potenziali clienti come Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Spagna, Giappone, Corea del Sud, Taiwan: naturalmente in cambio di miliardi di dollari.

Finlandia
La Finlandia possiede 4 reattori nucleari: due si trovano nella centrale di Loviisa e sono operativi rispettivamente dal 1977 e dal 1981; altri due, con tecnologia Bwr, sono entrati in attività nel 1978 e nel 1980 presso la centrale di Olkiluoto. Le stazioni nucleari finlandesi sono ritenute, fin dalla metà degli Anni ‘80, le migliori del mondo per quel che riguarda la loro performance in termini di rapporto input/energia prodotta. Un’attenzione costante per la programmazione e l’implementazione tecnica delle stazioni nucleari, ha permesso all’attività nucleare finlandese di svilupparsi senza gravi incidenti. Da ricordare soltanto due episodi, entrambi presso la centrale di Olkiluoto, interessata nel 1989 da una avaria al sistema di controllo e nel 1991 da uno spegnimento manuale causato da un incendio. Nel 2002 il Parlamento finlandese ha approvato un programma di sviluppo del nucleare che prevede la costruzione nel Paese di un quinto reattore con tecnologia Pwr. L’impianto, la cui costruzione ha preso avvio il 12 settembre 2005, è stato progettato all’estremità ovest dell’isola di Olkiluoto, e si stima che quando verrà allacciato alla rete elettrica, presumibilmente nel 2009, avrà una capacità produttiva di oltre 1.600 MWe.

Francia
La Francia è il Paese europeo con la maggior concentrazione di reattori nucleari: ben 57 del tipo ad acqua in pressione, per una capacità di totale di 63 GWe, e due del tipo a neutroni veloci. Rappresenta un caso particolare non solo in Europa ma nell’intero pianeta, perché produce elettricità in quantità tale da garantire il 78% dei consumi energetici nazionali e l’esportazione all’estero, Italia compresa. A differenza di molti Paesi occidentali, che da oltre vent’anni non commissionano nuove centrali (come gli Usa dopo l’incidente di Harrisburgh del 1979), la Francia, che tra l’altro possiede uno dei più moderni arsenali nucleari del mondo, ha decisamente puntato su questa forma di produzione di energia, strettamente connessa all’industria militare, e permette grazie all’integrazione dei settori notevoli “economie di scala”. Proprio in virtù dell’elevato numero di impianti, anche gli incidenti negli anni sono stati numerosi, almeno 20 (in genere guasti al sistema di raffreddamento di alcuni reattori) solo nel corso degli Anni ‘90. Da segnalare nel 1997 il deragliamento, nei pressi di Apach, al confine franco-tedesco, di un treno che trasportava oltre 180 tonnellate di scorie altamente radioattive. La Francia possiede a La Hague anche un impianto per il riprocessamento del combustibile esaurito, necessario per estrarre il plutonio per le bombe e per riciclarlo in combustibile a ossidi misti (il cosiddetto Mox). A La Hague vengono trattati anche i materiali provenienti da altri Paesi. I rifiuti a bassa e media attività vengono smaltiti in due impianti in superficie, uno dei quali ha già raggiunto la massima capienza prevista e per questo è stato chiuso. A breve entrerà in funzione un terzo impianto per i rifiuti a bassissima attività: restano invece tutti aperti i problemi per lo stoccaggio dei rifiuti finali ad alta attività.

Germania
Per la Germania il nucleare è da sempre un’importante fonte di approvvigionamento energetico, stimata intorno al 30% del fabbisogno totale, grazie alla presenza di 19 reattori ad acqua leggera per una capacità installata di 21,1 GWe. Nel 2000 la coalizione rosso-verde al governo, presieduto da Gerhard Schroeder, ha dato un annuncio clamoroso: l’accordo, con gli operatori dell’industria elettronucleare, per la chiusura definitiva, entro vent’anni, di tutte le installazioni atomiche tedesche. Negli Anni ‘90 molti incidenti hanno creato una forte opposizione a questa forma di produzione di energia. Tra i più significativi, da ricordare nel 1990 un’infiltrazione di tritio nella stazione nucleare di Kruemmel, nel 1991 un incidente durante il rifornimento di carburante nella stazione di Wuergassen, un’avaria nel sistema di raffreddamento nella centrale di Brunsbuttel nel 1992. Nel 1995 suscitò scalpore la decisione dell’Alta Corte tedesca di revocare la licenza ai gestori dell’impianto di Mülheim-Kärlich a causa della mancata considerazione, in fase di concessione, del rischio di terremoto nella zona, mentre nel 1997 20.000 dimostranti si affollarono presso il deposito di scorie radioattive di Gorleben per manifestare contro il trasporto di scorie nucleari. L’ultimo grave episodio è avvenuto nel 2001, con l’esplosione di una parte dell’impianto di Brunsbuettel. La Germania è uno dei Paesi europei più all’avanguardia nel settore della sicurezza e dello smaltimento dei rifiuti radioattivi , che avviene in depositi in profondità: 30.000 metri cubi di scorie a bassa e media attività sono stati depositati nella miniera di sale di Asse e 37.000 metri cubi nella miniera di sale di Morsleben, entrambe sature. Altri 80.000 metri cubi di scorie a bassa e media attività e 2.000 metri cubi ad alta attività invece sono temporaneamente allocati presso i luoghi di produzione, in attesa di una sistemazione appropriata. La Germania inoltre ospita presso la miniera di sale di Gorleben un importante deposito di combustibile radioattivo dove vengono anche stoccati i materiali riprocessati negli impianti di La Hague in Francia e di Sellafield in Gran Bretagna.

Lituania
Sin dall’inizio delle procedure per l’adesione all’Unione Europea, è stata definita una strategia di lungo termine per l’arresto definitivo dell’unica centrale nucleare, quella di Ignalina. La centrale è costruita con tecnologia sovietica Rbmk (la stessa dell’impianto di Cernobyl e di tanti altri reattori, pericolosissimi, nei Paesi ex sovietici). Nel maggio 2000 il Parlamento lituano ha approvato una legge sul declassamento di uno dei due reattori: grazie a tale progetto, la Lituania – che nel 1995 traeva dalla centrale l’87,5% dell’elettricità utilizzata nel Paese – ha ottenuto ingenti fondi dagli Stati industrializzati e da istituzioni finanziarie internazionali. La Lituania ha garantito la chiusura della centrale nel 2009: tuttavia misure specifiche destinate a prevenire gli incidenti nel periodo di funzionamento devono ancora essere messe in atto. Gli eventi più rilevanti occorsi negli Anni ‘90 sono due avarie nel sistema di spegnimento nel 1992, la chiusura dell’impianto nel 1994 a causa del pericolo di attacco terroristico e una infiltrazione d’olio, nel 1996, che ha provocato lo spegnimento della centrale. Il reattore attualmente in funzione fornisce circa l’80% del fabbisogno nazionale.

Paesi Bassi
Anche se nei Paesi Bassi ci sono soltanto due centrali di energia nucleare, sin dal 1957 i governi in carica hanno inseguito il sogno di una nuclearizzazione del Paese: negli Anni ‘70 era in auge un progetto per dotare i Paesi Bassi di 35 reattori atomici. La costruzione del primo reattore olandese è iniziata nel 1964 a Dodewaard, per entrare in funzione 4 anni dopo. Nel 1973 è stata messa in funzione la seconda centrale, quella di Borssele. Nonostante sull’energia nucleare la popolazione esprimesse molte riserve, anche alla luce di un vasto dibattito sociale sviluppatosi negli Anni ‘70, il governo è andato avanti nel progetto di costruire nuove centrali, poi rimandate anche a seguito dell’impatto emotivo creatosi nell’opinione pubblica dopo il disastro di Cernobyl. Nel 1997 la centrale di Dodewaard (interessata peraltro nel 1998 dall’unico incidente in tutta la storia olandese) è stata chiusa e oggi è operativo il solo reattore di Borssele. Nel febbraio del 2005 il ministro dell’Ambiente ha rilasciato, a sorpresa, dichiarazioni che mettono in discussione la prevista chiusura della centrale nel 2013.

Regno Unito
Il Regno Unito copre il 28% circa dei consumi interni di elettricità facendo ricorso a 35 centrali nucleari della capacità totale di 12,9 GWe. L’espansione dell’industria elettronucleare ha subito una battuta d’arresto nel 1989, quando il governo ha dato l’avvio a un percorso di ripensamento complessivo della politica energetica nazionale: l’industria elettrica è stata privatizzata, tranne che per il settore nucleare, che a causa dei rischi sociali e finanziari non ha trovato investitori disponibili a entrare nel settore. In quell’anno il governo ha anche deciso di bloccare i programma di costruzione di nuove centrali, che si sono dimostrate finanziariamente dipendenti dalle sovvenzioni statali, incapaci di stare sul libero mercato. Il più grave incidente nucleare mai avvenuto in Europa è accaduto proprio nel Regno Unito, nello stabilimento di Sellafield. Costruita per dotare l’Inghilterra di una bomba atomica, la centrale britannica prese fuoco nel 1957, portando a un volume di radioattività nei territori circostanti pari a quella intorno a Cernobyl. Da quel giorno, continue sono le rimostranze dell’Irlanda per la chiusura della centrale, che è a solo 60 miglia dalla costa irlandese. Ancora oggi il centro nucleare di Sellafield, dove viene riprocessato il combustibile irraggiato, è pubblicamente sotto accusa per l’inquinamento radioattivo e l’incidenza di malattie tumorali nella zona: nel settembre 2004 la Commissione europea ha deferito la Gran Bretagna alla Corte europea per gli elevati livelli di radiazione dei suoi impianti. Per quanto riguarda i rifiuti radioattivi, quelli a bassa attività vengono sistemati in depositi superficiali, mentre gli altri saranno soggetti alle nuove decisioni derivanti dal dibattito ancora in corso sulla strategia di gestione. Sul finire del 2004 è apparsa sulla stampa inglese una notizia allarmante : Londra si sarebbe resa disponibile, così come già la Russia in precedenza, a ospitare sul suo territorio le scorie radioattive prodotte da altri Paesi europei e dal Giappone. Questo per reperire risorse economiche finalizzate a risolvere il problema della sistemazione delle scorie britanniche.

Repubblica Ceca
Due sono gli impianti attivi. Il primo a Dukovany, è costituito da 4 reattori di tipo Vver 440/213 entrati in funzione tra il 1985 ed il 1987; il secondo è quello, contestatissimo, di Temelin, nella Boemia del sud, che comprende due reattori che sono stati avviati tra il 2000 e il 2002. Le due centrali producono il 31% del fabbisogno nazionale di energia. Negli ultimi anni il Paese, sotto la forte pressione dell’Unione Europea, ha avviato un programma di ammodernamento di Dukovany, a causa delle scarse condizioni di sicurezza (in più occasioni, negli ultimi anni, si è assistito alla chiusura temporanea dell’impianto), mentre Temelin è nell’occhio del ciclone per il perpetrarsi di incidenti, anche se di “piccola” entità, nonostante la giovane età dei reattori (un reattore bloccato nel 2000, un incendio nel 2001, una fuga di acqua radioattiva nel 2004). La vicinanza geografica dell’Austria, dove l’avvio della costruzione dell’impianto ha suscitato viva preoccupazione nell’opinione pubblica, ha indotto i due Stati a siglare, nel dicembre 2000, un accordo con il quale la Repubblica Ceca si è impegnata a valutare più attentamente i rischi e le possibili conseguenze sull’ambiente della centrale. Le preoccupazioni austriache nascono dal fatto che Temelin è un esperimento: si tratta infatti di un impianto ibrido realizzato con la superata tecnologia sovietica cui si sono aggiunti sistemi di sicurezza di fabbricazione occidentale. Nella Repubblica Ceca sono presenti impianti adeguati per lo stoccaggio dei materiali a bassa e media attività presso le centrali e nella miniera di Limerice, mentre il combustibile esausto per adesso è immagazzinato in alcuni siti temporanei, in attesa che venga presa una decisione per il deposito definitivo.

Repubblica Slovacca
In Slovacchia sono presenti due centrali nucleari, una situata a Bohunice, l’altra a Mochovce, per un totale di sei reattori atomici che contribuiscono a soddisfare il fabbisogno energetico interno per il 57%. Nel corso degli Anni ‘90 la centrale di Bohunice, dove si trovano 4 reattori (due di tipo Vver 440/213 e due di tipo Vver 440/230 aperti tra il 1979 e il 1986) è stata al centro di alcuni gravi episodi: nel 1990 si è verificato un surriscaldamento dei cavi per il controllo del reattore e la protezione del sistema; nello stesso anno un congelamento di parti della centrale per un aumento del livello di raffreddamento, mentre nel 1996 un ingegnere slovacco è stato accusato di contrabbandare uranio radioattivo con la Germania. Anche a seguito di questi eventi, oltre che alla pressione dell’Unione Europea , la Slovacchia ha elaborato un piano che prevede il declassamento e la chiusura definitiva di due delle 4 unità di Bohunice V1 che non possono essere ammodernate, rispettivamente nel 2006 e nel 2008. La prevista costruzione di altri due reattori a Mochovce, dove i due già presenti devono essere ammodernati e messi a norma pur essendo entrati in funzione solo tra il 1998 e il 1999, è stata temporaneamente fermata: la centrale infatti non ha ottenuto il finanziamento della Bers, perché la sua costruzione era subordinata alla chiusura di Bohunice V1. Un altro aspetto legato all’energia atomica in Slovacchia e che riguarda anche l’Italia è datato 2005. Un decreto quantomeno discutibile del governo Berlusconi prevede la possibilità per le aziende italiane di operare all’estero in campo nucleare. E l’Enel nel 2004 ha avuto la meglio sulla società russa Rao-Ues e sulla ceca Cez per l’acquisto del 66% delle azioni della Se, la società elettrica statale, dichiarando che investirà circa due milioni di euro soprattutto sul nucleare.

Romania
In Romania esiste una sola centrale a Cernavoda, con un unico reattore di tipo canadese, il pericoloso “Candu”. Impianti di questo tipo erano molto diffusi in passato in Canada, dove però sono stati smantellati perché ritenuti dalle stesse autorità canadesi troppo pericolosi. I lavori alla centrale, iniziati negli Anni ‘70, si sono conclusi per il primo reattore solo nel 1996 a causa della situazione politica rumena che ha provocato forti rallentamenti. La centrale di Cernavoda, che fornisce energia per il 10% del fabbisogno nazionale, si trova in una zona sismica dove dal 1979 si sono verificati tre terremoti. Per quanto riguarda gli incidenti, nel 2000, 9 operai sono stati esposti ad alti livelli di radioattività di Cobalto 60 durante lo smantellamento di un impianto di fusione. Nello stesso anno durante l’estate, in una settimana particolarmente calda, il primo reattore fu spento, dal momento che la temperatura nella centrale aveva raggiunto i 70 gradi e i sistemi di allarme si erano attivati. Rispetto ad altri Paesi, la Romania ha adottato negli ultimi anni un programma per la gestione temporanea dei rifiuti radioattivi con contenitori per il combustibile esausto e un sito a bassa profondità vicino alla centrale. È allo studio l’individuazione di un sito per lo stoccaggio definitivo. Attualmente sono in corso i lavori per la realizzazione del secondo reattore gemello .

Slovenia
Una sola centrale e un solo reattore di modello Westinghouse entrato in funzione nel 1983 forniscono alla Slovenia il 40% del fabbisogno energetico. La centrale, situata a Krsko, è condivisa nello sfruttamento dalla Croazia. La produzione elettrica commerciale della centrale è cominciata nel 1983, con un ritardo di circa 5 anni sulla data prevista; dopo l’entrata in funzione dell’impianto sono stati eseguiti due interventi di revisione da una commissione internazionale degli standard di sicurezza, su richiesta e con fondi di Austria, Italia e Slovenia, che ha portato alla formulazione di ben 74 raccomandazioni riguardo a cambiamenti tecnici e procedurali necessari per rendere più sicuro l’impianto. Uno dei principali problemi è costituito dalle incrinature dei generatori di vapore, che determinano perdite. Alla fine del 1995 venne rilevato il grave stato di degrado di due generatori e si decise di sostituirli. L’installazione è avvenuta nella primavera del 2000, al costo 205 milioni di marchi, pari a TOT euro. La chiusura era prevista nel 2023. Ma nel 2004 (fonte il quotidiano Vecernji List del febbraio 2004) il governo di Lubiana ha preannunciato un possibile prolungamento dell’attività della centrale per altri 20 anni.

Spagna
Sono presenti 7 centrali nucleari e 9 reattori, di due tipi distinti: ad acqua leggera in pressione (Pwr) e ad acqua leggera bollente (Bwr). Nel gruppo delle centrali a tecnologia Pwr, la più antica è quella di José Cabrera (in attività dal 1968), seguita da Almaraz, con due unità (1980 e 1983); Ascó, anch’essa con due unità (1982 e 1985); Vandellós II, (1987); e Trillo, l’ultima entrata in funzione in Spagna (1987). Nel gruppo delle centrali a tecnologia BWR invece, la più antica è quella di Santa Maria de Garoña, (1970), seguita da Cofrentes (1984). Le centrali spagnole producono più o meno un terzo dell’energia elettrica consumata nel Paese. Gli incidenti nucleari in Spagna sono stati di modesta entità. Si ricordano nel 1988 un incidente dovuto a un problema tecnico nello stabilimento di Almaraz, nel 1989 un incendio nell’impianto di Vandellos. Dal 1990, anno di entrata in vigore del sistema Ines, gli eventi sono stati 27, tutti classificati con livello di pericolosità uno, ad eccezione di quello che accadde a Trillo il 31 gennaio 1992 (livello 2). Sono diverse le installazioni smantellate o in via di smantellamento: oltre ad alcuni impianti destinati alla fabbricazione dell’uranio, ci sono sei reattori del Ciemat, un organismo pubblico di ricerca e sviluppo tecnologico, oltre ai reattori Argos e Arbi e alla centrale nucleare di Vandellós I, che hanno terminato il loro ciclo produttivo.

Svezia
Sviluppatasi tra gli Anni ‘70 e ‘80, l’industria elettronucleare svedese conta oggi, dopo la chiusura di due impianti nel 1999 e nel maggio 2005, 10 reattori nucleari in funzione situati nella zona sud del Paese, presso le centrali di Forsmark (3 reattori), Oskarshamn (3) e Ringhals (4), per una capacità produttiva totale di 8.869 MWe. Si tratta per la maggior parte di impianti ad acqua bollente (Bwr), mentre tre dei reattori di Ringhals sono ad acqua pressurizzata Pwr. L’energia nucleare rappresenta oltre il 51% dell’elettricità generata in Svezia, dove il consumo energetico sta aumentando progressivamente, e negli ultimi 5 anni ha raggiunto uno dei livelli più elevati al mondo: circa 18.000 KWh pro-capite. Il Paese ha votato nel 1980 un referendum per l’uscita dall’industria atomica entro il 2010 ma quell’obiettivo è stato abbandonato nel 1997, dopo che la scarsa disponibilità di fonti alternative ha reso necessario prolungare l’attività delle centrali nucleari. D’altra parte, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, più volte interpellata negli ultimi anni sul tema, è favorevole al mantenimento del nucleare: un sondaggio del marzo 2005 ha rilevato come l’energia atomica sia sostenuta dall’83% della popolazione, ritenuta soprattutto una realistica soluzione al problema delle emissioni di gas serra nell’atmosfera. Gli esperti svedesi stimano che ci vorranno altri 40 anni per la chiusura definitiva di tutti gli impianti. Pur essendo considerato dagli esperti uno dei Paesi con standard di sicurezza tra i più elevati in materia nucleare, anche la Svezia annovera nella sua storia recente diversi incidenti, quasi tutti nel pericoloso impianto di Barseback, oggi chiuso definitivamente. Per la gestione dei rifiuti nucleari di media e alta intensità la Svezia si è attrezzata con un proprio deposito di profondità.

Svizzera
In Svizzera sono in funzione 5 reattori nucleari in 4 diverse centrali: Beznau I e II, Gösgen, Leibstadt e Mühleberg, che producono circa il 40% dell’elettricità consumata in Svizzera, mentre il rimanente 60% proviene quasi interamente da impianti idroelettrici . L’avvio dell’industria elettronucleare nel Paese è avvenuto nel 1962 con la costruzione della prima centrale sperimentale di Lucens, chiusa nel 1969 dopo una grave avaria al reattore sotterraneo, che provocò l’irradiazione di gas radioattivi all’interno della centrale ma che non produsse ripercussioni dirette né sull’ambiente né sulla popolazione. Dopo questo incidente, che segnò la fine dell’ambizione di costruire un reattore 100% made in Switzerland, l’impianto è stato smantellato e denuclearizzato e l’edificio adibito a magazzino per il museo delle belle arti del cantone Vaud. Sul posto sono rimasti per anni sei contenitori di scorie radioattive, che solo nel settembre 2003 hanno lasciato l’impianto per essere immagazzinate nel deposito intermedio per scorie radioattive (Zwilag) di Würenlingen. Dal 1979 sono state ben sei le iniziative popolari contro il nucleare: dopo le prime quattro, tutte favorevoli all’energia atomica, nel 1990 sull’onda dell’emozione causata dall’incidente di Cernobyl, era stata approvata una moratoria di 10 anni. L’ultima votazione popolare, datata maggio 2003, ha invece bloccato con percentuali ben superiori al 60% della popolazione le due iniziative denominate Moratoria più e Energia senza nucleare, che proponevano rispettivamente il blocco alla costruzione di nuove centrali e il definitivo abbandono entro il 2014 dell’industria elettronucleare. Il dramma di Cernobyl sembra essere dimenticato e le discussioni in merito alla sicurezza, all’ambiente, e all’economia sembrano essere sfociate in un sì alle centrali atomiche dettato soprattutto dal desiderio del popolo svizzero di mantenere la propria indipendenza energetica.

Ucraina
L’Ucraina, teatro dell’incidente di Cernobyl, può contare sull’energia fornita da 15 reattori (attualmente due sono in manutenzione) dislocati in 4 centrali (Zaporizhzhya, Rivne, South Ukraine, Khmelnytska). Ne sono stati pianificati altri 11 entro il 2030. In totale forniscono il 45% del fabbisogno nazionale. Oltre al noto incidente di Cernobyl, gli impianti ucraini sono stati più volte alla ribalta della cronaca per incidenti di diversa entità. Nel 2001, a Zaporizhzhya, uno dei sei reattori in funzione è stato bloccato per una disfunzione al sistema di protezione del reattore. Nel 1996 invece la centrale South Ukraine veniva a più riprese bloccata sia per problemi al sistema di protezione sia in seguito ad aumento delle emissioni radioattive nell’unità tre. Sempre nel 1996 a Khmelnytska lo scoppio di un tubo durante una prova ha provocato la fuoriuscita di acqua radioattiva e provocato la morte di un lavoratore. La compagnia nazionale per l’energia atomica (Energoatom) nei suoi documenti parla soprattutto di ammodernamento delle strutture già operanti mentre poche sono le informazioni circa la dismissione delle centrali e lo stoccaggio dei rifiuti. Basti pensare ad esempio che anche a Cernobyl l’estrazione del combustibile dal reattore numero 3 è stata avviata solo a fine 2005 (il reattore è stato chiuso nel 2000) e la presenza di barre radioattive nei reattori 1 e 3 impedisce la ricostruzione di un nuovo sarcofago per il reattore 4, quello esploso. Il presidente dell’Ucraina Viktor Yushenko ha lanciato nel dicembre 2005 la proposta di realizzare a Cernobyl un deposito dove importare scorie e rifiuti nucleari provenienti da altri Paesi, mentre a gennaio 2006 il Primo Ministro Yury Yekhanurov ha annunciato, parlando a proposito della disputa sul gas che contrappone il suo paese alla Russia, che l’Ucraina sta studiando la possibilità di aumentare la produzione di energia nucleare.

Ungheria
Un solo impianto con 4 reattori di tipo Vver 440/213 che forniscono il 40% dell’energia al Paese. Si tratta della centrale di Paks, realizzata per durare 30 anni e interessata nel 2003 dal primo incidente della storia nucleare ungherese. Le ispezioni Aiea hanno sempre considerato buone le condizioni dell’impianto, e anche per questo è stato recentemente approvato un prolungamento di vita per almeno altri 10 anni in considerazione del buono stato della centrale e della sua efficienza. Fino al 1998 l’Ungheria ha usufruito di un accordo con la Russia per lo smaltimento del combustibile esausto. In seguito l’Agenzia per la gestione dei rifiuti radioattivi ha realizzato un apparato per lo stoccaggio temporaneo del materiale fissile esausto presso la centrale di Paks. È inoltre allo studio un sito definitivo vicino alle miniere di Mecsek dove la presenza di materiale argilloso particolarmente impermeabile rappresenterebbe una condizione ottimale per lo stoccaggio dei rifiuti.
(Fonte: Legambiente)

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1. l’affare atomico « pagine on life - marzo 2, 2009

[…] documento Legambiente […]


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