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le ronde di Wallander marzo 5, 2009

Posted by pagineonlife in società.
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Ieri sera un certo numero di persone che abitano da queste parti hanno pestato a sangue un uomo che non aveva fatto nulla. Sembra che appartengano a una specie di comitato di cittadini di autodifesa. L’uomo aveva sbagliato strada ed è sceso dall’auto solo per chiedere informazioni.. Lo hanno accusato di essere un ladro. E lo hanno quasi ammazzato di botte… Ci sono altre sei persone coinvolte in una catena che fa parte di un commando privato di vigilantes che si è costituito a Lödinge. Gente che ha deciso di porsi al di sopra della legge. Il risultato lo possiamo vedere oggi con un uomo innocente, con gravi problemi alla vista e pressione alta, che viene quasi ucciso solo perché nella notte ha sbagliato strada. La domanda che dobbiamo porci è se vogliamo tutto questo…Se vogliamo che sbagliare strada, prendere a destra o a sinistra possa mettere in pericolo la vita di un normale cittadino… E’ questo che vogliamo?  Guardarci con sospetto l’uno con l’altro? Vedere il nostro prossimo come un ladro, un possibile violentatore?… Si può solo sperare che le pene a cui saranno condannati siano di esempio per gli altri….

(Kurt Wallander, commissario della polizia di Ystad, pagg. 400-401, in “La quinta donna” di Henning Mankell).

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Commenti»

1. antonietta - marzo 6, 2009

Ho letto anch’io il libro, certo questa è fantasia ma purtroppo potrebbe diventare presto realtà.

2. vincenzo andraous - marzo 6, 2009

PAROLE SULLA PAGLIA FACILE A BRUCIARE

Voce grossa, minacce, multe e ammende, per barboni e clochard, per pezzetti di umanità dislocata qua e là, a margine delle coscienze.
Fronte comune contro queste presenze inaccettabili, nelle città, come nelle periferie, come a voler scacciare un’immagine che fa paura, semplicemente perché quella fine non vogliamo neppure che ci sia messa di fronte, come uno spaccato di qualcosa poco bello che ci passa da tempo vicino, al punto da farci infastidire e sobbalzare.
“Marginalizzati e solitudinalizzati”, termini ufoidi per definire una nuova classe di intoccabili, “cose” da tenere lontano, ben recintate nella nostra indifferenza e timore di averci a che fare.
Queste persone ( perché di persone si tratta ), rimangono concentrate dove il buio le nasconde agli occhi innocenti, in liste ben redatte per meglio distribuirne le strategie dell’incuranza, uomini e donne che ogni giorno trasudano la propria sofferenza nella malattia dell’inconciliabilità, in una diaspora esistenziale che esprime la resa di uno spicchio non indifferente di umanità.
C’è un senso di inquieta ripulsa verso chi è povero e derelitto, verso chi inciampa e cade malamente, una sensazione strana e ambigua nei riguardi di chi non ce la fa a stare al passo del più fortunato, con quello sbilanciato nell’acquisto e nello smercio delle merci, intese come beni di consumo e non delle idee.
A rendere le cose ancora più opprimenti e irreggimentate nel nuovo pensiero di lontananza, sullo schermo televisivo scorrono immagini studiate a tavolino per apparire socialmente accettabili, perché non abbiamo mai tempo per pensarci su, per prendere una distanza, una posizione costruttiva foriera di un cambiamento, di una emancipazione, infatti la notizia successiva incalza, non consente libertà di senso critico: allora è meglio additare e tenere lontano chi non regge il ritmo, evitando contaminazioni deplorevoli.
Quando abbiamo a che fare con gli ultimi, con quelli che davvero non hanno niente e non vogliamo essere noi, spesso scordiamo che il mondo, le sue strade e le sue città, sono state percorse e vissute da altri poveri, che ne hanno tracciato la storia, permeando la vita di un coraggio semplice e importante, al punto da cancellare le dimenticanze culturali, costruendo un ponte di reciprocità convissuta.
San Francesco, Madre Teresa, don Enzo Boschetti, uomini e povertà ricca di dignità, di generosità, di doni preziosi per altri uomini che hanno speso l’intera vita a cercare, a ascoltare, a fare, dimostrando come l’essere umano può elevarsi alle altezze dello spirito, in slanci straordinari di gratuità.
Attraverso questi testimoni del nostro tempo, dobbiamo renderci conto che il nostro agire quotidiano con gli altri, non è sostenuto da un impegno concreto a edificare la casa del rispetto per l’altro, evitando di fare consumare le parole sulla paglia facile a bruciare, scansando scambi relazionali soddisfacenti, meglio, umanamente degni.
Sono uomini e sono poveri, ma restano comunque individui, persone e cittadini, che meritano rispetto.
Vincenzo Andraous
Responsabile servizi interni
Comunità Casa del Giovane Pavia

3. lancianese - marzo 7, 2009

Sottoscrivo in toto quello che scrive Vincenzo Andraous. Credo che si vada sempre più perdendo uno dei più grandi valori dell’uomo: la solidarietà. Ed è incredibile e inaccettabile che nel nostro Paese, che pure si qualifica come civile, si facciano delle leggi, o si permettano delle iniziative (come il caso delle “ronde”), tese proprio ad affossare le solidarietà e ad espellere dal contesto sociale il povero e il “diverso”. Cuori di pietra. Fratelli coltelli. “Homo homini lupus”, come diceva il filosofo inglese Hobbes. E d’altra parte, se come punti di riferimento per i giovani che si affacciano alla vita si offrono le “ronde”, quelli che guadagnano milioni di euro tirando calci a un pallone, presentando un festival, sculettando in tivù, e via dicendo, c’è davvero poco da sperare per il futuro.

4. marcello - marzo 7, 2009

da republica.it
NAPOLI – Aggressione razzista a Napoli. Uno studente italo-etiope di 22 anni ha denunciato che “due teste rasate” lo hanno preso a cinghiate sul volto: “Mi gridavano sporco negro, ma nessuno è intervenuto per aiutarmi”.
Il fatto, la notte tra giovedì e venerdì scorsi in vico dei Carrozzieri, a pochi passi da piazza del Gesù, nel centro di Napoli, punto di ritrovo di giovani e degli studenti fuori sede che alloggiano nelle stradine a ridosso dell’università. Erano le due di notte. Marco Beyenne, studente al terzo anno di Scienze politiche all’ateneo Orientale, stava entrando in un bar insieme ad un amico.
“Sono stato aggredito brutalmente da due individui a colpi di cintura sul volto, senza un motivo apparente. Il mio amico ha cercato di aiutarmi ma si è buscato anche lui dei pugni. Mi urlavano, Negro, negro di merda, mentre la gente guardava e nessuno interveniva. Per sfuggire mi sono riparato in una rosticceria lì vicino”.
Marco è figlio di Yakob Beyenne, professore in pensione di Filologia etiopica presso l’università frequentata dal figlio. “Quando gli ho raccontato quello che mi era successo – ricorda Marco – mio padre è rimasto scioccato. Non era mai successo a Napoli una cosa del genere, ma questo non cambierà la mia vita. Sarò più diffidente, ma continuerò a fare la solita vita. Non cambierò per colpa di due stupidi”.
Socio di Legambiente, Marco Beyenne è da diversi anni impegnato come volontario nell’oasi di Paestum, vicino Salerno, dove abitano i suoi genitori. “Marco lavora con noi da oltre quattro anni”, racconta Pasquale Longo, presidente del circolo di Legambiente di Paestum. “E’ sempre stato un ragazzo molto attivo. Qualche anno fa, intervenne alla trasmissione Annozero per esprimere le sue perplessità circa alcune opere discutibili che venivano eseguite nell’area”.
“Dopo quello che gli è successo – continua l’amico – gli ho telefonato. Mi è sembrato molto scosso anche perchè non gli erano mai capitati episodi di intolleranza. Stiamo preparando un manifesto di solidarietà. Lo affiggeremo in tutte le strade della città”.


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