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la giornata della memoria gennaio 27, 2009

Posted by pagineonlife in società.
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La stella appuntata sul petto degli ebrei non mi è mai piaciuta. Fin da ragazzo ho avuto un senso di fastidio e ho sofferto come sa soffrire un bambino per quelle povere persone costrette a subire disprezzo e odio. Ricordo vecchie foto d’epoca: la stella è cucita sui lunghi cappotti degli anziani e sulle giacchette dei bambini con le mani alzate. Con quella stella cominciava una storia di privazioni, violenze, morte. Libri e film, tantissimi, ci raccontano questa tragedia e ce la ripropongono in tutta la sua atrocità. “Portiere di notte”, “La caduta degli dei”, sono i più vecchi film che mi vengono in mente. Come pure mi ricordo della ragazza ebrea interpretata da una giovane Carla Gravina in fuga con la sua valigia nel bellissimo “Tutti a casa” del ’60 di Comencini.Ma la stella, di colore giallo-oro e la scritta jude, in realtà non era unica. Infatti, nei lager nazisti, per gli internati politici veniva usato il triangolo rosso, e per le lesbiche il triangolo nero, per gli omosessuali il triangolo rosa, ed ancora per i Testimoni di Geova il triangolo viola, per gli zingari il triangolo nero, per gli immigrati il triangolo blu e il triangolo verde. I generali di Hitler le chiamavano “direttive per campi”, il pannello con i simboli era appeso nelle stanze dei generali all’interno dei lager. Erano direttive di discriminazione, di identificazione del diverso. Simboli razzisti accompagnati da un altro simbolo: il numero che veniva impresso col fuoco sui polsi delle tante vittime. Tra loro anche disabili, sbandati, asociali, antifascisti. Tutti nei lager.

Un anno fa, a San Rossore, in occasione del 70° anniversario della promulgazione delle leggi razziali, avvenuta nella Tenuta di San Rossore il 5 settembre 1938 dal re d’Italia Vittorio Emanuele III, il presidente della Regione Toscana ha chiesto al professor Marcello Buratti di coordinare la stesura di un “Manifesto degli scienziati antirazzisti”, specularmene opposto a quello del 1938. L’ho messo nella home del mio blog la scorsa settimana.  E’ la mia bandiera. E oggi che è il Giorno della memoria – la giornata nella quale si ricordano le vittime delle persecuzioni fasciste e naziste degli ebrei, degli oppositori politici, di gruppi etnici e religiosi dichiarati da Hitler indegni di vivere – oggi penso che quel manifesto sia più attuale che mai, e che non c’è memoria se la memoria non è accompagnata dalla comprensione del senso di quelle atrocità. Perché non è stato affatto un buco nero della nostra storia, non una parentesi e non un abisso. Certo contano i numeri, ma quello che più conta è che è avvenuto perché alla base c’era l’odio razziale. Perché nella nostra bella Italia ed Europa c’era e c’è ancora chi non vuole ammettere che le razze non esistono, e che l’unica razza è quella umana.

Dov’è la nostra memoria se prendiamo le impronte ai rom? Io so rispondere: non c’è memoria. E non c’è più memoria quando si propone una tassa agli immigrati, e quando si chiede agli stranieri di pregare nella nostra lingua e non nella loro, e quando si creano i “centri di detenzione per immigrati clandestini”, e ancora quando si chiede agli stranieri di adeguarsi alla nostra cultura e alle nostre tradizioni. Perché non esistono corpi estranei da inglobare…perché questo voler inglobare significa vedere l’altro come subalterno, in definitiva un razza inferiore. Non c’è memoria quando c’è tutto questo. Tolleranza, fermezza, patria…tutto questo è già razzismo…e la giornata della memoria tanto cara e tanto celebrata rischia di diventare, ho persino paura di dirlo, una festa, festa religiosa e pagana insieme, un giorno dove tutti o quasi diventano buoni. E le cerimonie e i viaggi ad Auschwitz dove studenti e adulti, in massa, si fanno foto e comprano souvenir, rischiano di diventare – io temo – come il panettone a natale, la colomba a pasqua, i baci perugina nel giorno di san valentino.

In Svezia c’è un albero di 8 mila anni. In Sardegna, nell’Olgiata c’è un olivastro che di anni ne ha circa 2 mila. Quest’ultimo l’ho visto: con mia moglie e i miei figli, ancora piccolini, abbiamo provato ad abbracciarlo… Io oggi vorrei essere uno di quegli alberi, vorrei poter vedere tutto quello che hanno visto. O almeno mi piacerebbe che sapessero parlare. E allora mi farei raccontare la parabola di questa vita. Forse mi direbbero cose che ho imparato a scuola quando facevo le medie…Mi farei raccontare dei viaggi degli arabi per portare nel mondo la filosofia greca, la medicina, la musica, la matematica. Altro che origini giudeo-cristiane. Mi farei raccontare che non c’è occidente senza oriente e viceversa. Mi farei raccontare dei viaggi di Marco Polo e delle tratte dei negri e poi delle inutili guerre, e degli sbarchi degli immigrati. Ascolterei le storie di viaggio dei primi africani nel mondo, fino a quelle dei miei miei parenti lontani che emigrarono in America con la valigia di cartone o in Belgio a morire nelle miniere. Mi farei raccontare dei migranti ebrei e zingari. Mi farei dire che siamo meticci e che la nostra unica razza è quella umana. Nella giornata della memoria. Perché le vittime di ieri sono le vittime di oggi, a cominciare da quei migliaia di migranti morti in mare.

Le vittime del nazismo- stime: 6 milioni di ebrei, da 3 a 6 milioni di civili slavi, da 2 a 4 milioni di prigionieri di guerra, da 1 a 1milione e mezzo di dissidenti, 200-800 mila tra rom e sinti, 300 mila disabili, da 10 mila a 250 mila omosessuali, 2 mila Testimoni di Geova…

Cose da non fare:
equiparare per legge partigiani e repubblichini;
riabilitare il vescovo negazionista dell’olocausto Williamson;
giustificare lo stato di Israele di oggi per le sofferenze patite dagli ebrei di ieri;
acquistare Libero e gli inserti dedicati a Mussolini

una cosa da fare:
ricordare tra le tante tragedie, la strage di Pietransieri in Abruzzo: 64 donne e 34 bambini – il più grande aveva 10 anni – uccisi dai nazisti perché avevano disatteso il bando di sfollamento emanato il 30 ottobre del ’43 dal generale Kesserling. Si erano nascosti nelle masserie nel bosco di Lemmari. Le mitraglie li fecero a pezzi.

Una libro da leggere: “Quattro ore a Chatila”, libro testimonianza di Jean Genet su quanto avvenne nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, a Beirut, nel settembre 1982 dove duemila persone tra donne, bambini e vecchi, vennero massacrate e mutilate dai falangisti cristiani maroniti alleati di Israele.

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Commenti»

1. Giustino Zulli - gennaio 28, 2009

I campi di sterminio in cui le belve umane naziste hanno ucciso sei milioni di ebrei rappresentano, io credo, una delle peggiori pagine scritte dalla razza umana. Non so dire, francamente, come uomini e donne abbiano potuto raggiungere quei livelli di atrocità, efferratezza, raccontati da moltissimi film, documentari e tante foto agghiaccianti. Ai film ricordati da Francesco, io aggiungerei pure quello di Roberto Benigni “La vita è bella” perchè, sia pure da un’altra angolazione, documenta come si viveva nei lager nazisti.
Gli ebrei hanno pagato sulla propria pelle le follie di Hitler, un sanguinario che merita tutto il disprezzo possibile. Ma proprio perchè gli ebrei hanno subìto persecuzioni, discriminazioni, lutti inenarrabili, sofferenze indicibili, mi chiedo e chiedo a tutti: è giusto aver dimenticato questa bruttissima pagina di storia e uccidere bambini palestinesi inermi sulla striscia di Gaza?. E’ giusto utilizzare bombe al fosforo bianco, vietate dalle convenzioni internazionali?
Quando rivedo film, documentari e foto sui campi di sterminio di Auswitz, Dachau, Buchenwald, rimango ancora scioccato dalla cattiveria dei nazisti. Ma quando vedo le immagini delle immani tragedie che colpiscono i palestinesi, e sopratutto i bambini innocenti, condanno senza mezzi termini i responsabili, e cioè l’attuale gruppo dirigente di Israele.
E’ possibile scrivere queste cose o se uno come me le dice si attira subito l’accusa di essere un antisemita?

2. politiche per l’integrazione « pagine on life - gennaio 27, 2010

[…] Sinceramente, questo progetto non mi convince. E soprattutto oggi 27 gennaio la giornata della memoria. E intanto penso a un mio vecchio post dal titolo […]


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